mercoledì 15 marzo 2017

Numero 271 - Posso prendere un po' di tempo per me? - 15 Marzo 2017


Posso prendere un po' di tempo per me? 
Stasera vi racconto una storia, la scrivo io perché a volte mi dimentico che il foglio bianco mi aspetta e tante, troppe volte lo sacrifico per dare spazio ad altre cose, tutte belle e appaganti come condividere con altri scrittori gioie e dolori di questa passione, ma la voglia di stare  con me stessa e le parole che bussano ad un cuore a volte stanco stasera vuole vincere.

Vi racconto una storia di condivisione.

Un giorno di qualche tempo fa mi venne in mente un'idea, un progetto particolare che nasceva dalla mia voglia di giocare con le parole, sfidando me, le mie presunte capacità, ma soprattutto la spinta a raccontare. 
Pensai che sarebbe stato bello iniziare un romanzo che sondasse tutte le lettere dell'alfabeto narrando le memorie di una vecchia signora, una anziana scrittrice, forse come io mi vedo proiettata nel futuro.

Il progetto era ambizioso - Dalla A alla Zeta, riflessioni romanzate. 

Ma a volte i progetti rimangono fermi per tanto tempo per modificarsi, superati dalla vita stessa che ti porta verso altre storie che mi hanno chiamata, i romanzi che ho scritto nel frattempo.

E così, quel progetto si è modificato, dentro un concetto che io amo: condivisione.
E' ripartito, da quell'idea originale, un percorso diverso insieme ad altri tre autori. L'impronta è cambiata e quel primo capitolo è rimasto lì a sonnecchiare tra i file di un vecchio computer.

Ma stasera, tra un bicchiere di vino e una sigaretta, ve lo voglio regalare.
Quell'inizio che ha anche una sua fine, tutto sommato.
Una piccola storia che può vivere di vita propria.
Eccolo.


UNA SEMPLICE  "A"
di 
Stefania Convalle

Dalla A alla Zeta, mi racconto. Così mi chiedono di fare e così faccio.
Mi hanno detto – prova a scrivere quello che ti viene in mente per ogni lettera dell’alfabeto – Fosse facile!

La lettera A evoca in me tante di quelle parole che sceglierne una è quasi impossibile; e allora penso che posso attraversarle tutte come se fossero un fiume da guadare.
Ne ho guadati di fiumi nei miei settant’anni di vita! 
Sono un’anziana signora piena di acciacchi, a volte le mani mi fanno così male per l’artrosi che fatico a scrivere, ma vado avanti lo stesso perché mettere le parole su un foglio è stata la mia vita e non potrei mai rinunciare a questa magia che mi porta in lungo e in largo per le strade della mia anima.

Anima, che parola importante. Ricordo un caro amico che è al mio fianco da tanti di quegli anni che non mi ricordo più,  che un giorno mi confidò, ricordandosi del nostro primo incontro che cominciò con un abbraccio, che per lui era stato come stringersi alla sua stessa anima;  aveva capito in quel  preciso istante come la nostra amicizia fosse una perfetta fusione  che andava al di là dello stesso amore.
Amici così ce ne sono pochi e devo dire che nella mia lunga vita sono stata fortunata perché ne ho avuti di importanti che mi hanno accompagnata fino a qui, a questo settantesimo compleanno che festeggio nella casa dove ho scelto di vivere i miei ultimi anni.

La casa sul mare.

La festa è iniziata, e tra torte e candeline, mare e amache legate ad alberi alti e rassicuranti dove ci dondoliamo ricordando la giovinezza che ci rendeva forti e leggiadri, ridiamo di noi e di quello che non riusciamo più a fare perché, diciamolo, diventare vecchi è faticoso, anche se devo ammetterlo: uno spettacolo imperdibile.

Dentro l’avvenimento di un’alba che  con i suoi rosa e arancio ci rallegra gli occhi e non ce la perdiamo più per niente al mondo – anche perché dormiamo meno – ascoltiamo le ansie e le angosce dei più giovani che non hanno ancora sciolto tutti i nodi e che noi, invece, per fortuna, ci siamo gettati dietro le spalle.
Un’amica di cinquant’anni mi chiede se vorrei tornare indietro a quell’età.
No, credo sia stato uno dei periodi peggiori della mia esistenza.
Lì, davvero, si chiude una porta, e a tratti non sappiamo darci pace,  ma ancora non capiamo che si apre un portone, perché gli anni che sopraggiungono dopo, seppur zoppicanti, sono quelli che assapori di più. Sono quelli che vivi apprezzando davvero ogni minuto presente, perché il futuro è un concetto che ti appartiene sempre meno.
Impari a godere della bontà di un fico colto dall’albero. Ti sorprendi a canticchiare mentre prepari il sugo per la pasta e lo fai senza fretta perché le corse sono finite.

E poi ti regali le cose che hai sempre sognato.
Questa casa, per esempio.
Una casa col patio, colorata dei colori caraibici, perché l’allegria sia sempre con me.
Non ho più bisogno di molte cose, le ambizioni per le cose materiali sono volate via, ma forse perché ho ottenuto quello che volevo. Il successo, per esempio, l’agiatezza. Sono stata fortunata, lo ammetto.

Però  quando si è aperta quella porta, ho avuto paura.

Ora lo posso dire, la fama mi ha spaventata da morire e ne sono quasi fuggita, ma è difficile uscire da un ingranaggio che viaggia come un frullatore al massimo della potenza.
Ho avuto quello che avevo cercato per tanti anni, si erano accorti di me, dei miei libri, delle mie storie. L’euforia iniziale lasciò  presto il posto a nuove ansie, le ansie di non avere più niente da dire, di non essere più capace di accontentare un pubblico composto di lettori in attesa. Ma tutto arriva per insegnarci qualcosa e quello che dovevo imparare era che essere famosi conta poco, ma importava riuscire a scrivere qualcosa di buono che arrivasse al cuore di qualcuno.
Sono scappata dal clamore, mi sono rifugiata qui. Mi sono scrollata di dosso le lusinghe, i piccoli giochi di potere, sono scesa da un piedistallo dove mi avevano messa, era scomodo e mi toglieva la libertà.
Ho preso poche cose, la mia macchina da scrivere, dei fogli bianchi, la matita e una gomma.
Ho lasciato le “a” scomode – le ansie, le angosce, le ambizioni, le  aspettative – e mi sono portata dietro le “a” che contano – l’amore, gli amici.
Ho attraversato il fiume con le mani piene di voglia di appartenere a giornate serene e senza allungare troppo lo sguardo su ciò che sarebbe arrivato dopo.
Con me c’è una “a” importante: il mio angelo custode. C’è da tutta una vita, ma lo sento solo da qualche anno e da quando l’ho cercato, chiamato, invocato, ecco che l’ho sentito, o si è fatto sentire, non lo so. A volte mi pare persino di vederlo, tra le ombre della sera, nel fruscio degli alberi, e mi sento più sicura perché avverto il suo sorriso e so che va tutto bene.

Le mie “a” sono finite. Un piccolo vocabolario che spero abbia creato una bella atmosfera dentro la quale perdersi e viaggiare ancora insieme.

È il momento di soffiare sulle candeline.

Siete con me?

https://youtu.be/7nXu0tGYqx8

martedì 14 marzo 2017

Numero 270 - Una storia romantica, ma sarà davvero così? ;-) - 14 Marzo 2017


Sarà la primavera, ma mi è tornata la voglia di giocare a raccontare una storia insieme ad altri autori :-) 
Loro ancora non lo sanno, lo scopriranno tra poco, quando li nominerò per proseguire questa sorta di staffetta dove lancio il primo capitolo e poi non si sa quello che accadrà! 
Un palleggio dove ogni autore andrà avanti a scrivere questa storia, seguendo la propria fantasia. 
Non si sa dove si andrà a finire, ed è questo il bello!
E allora, via, si parte!

Il secondo capitolo è affidato a
Francesco Lisa
Una new entry in questo Blog
Una nuova penna che vi piacerà;-)

Il terzo capitolo a una "vecchia" conoscenza di questo Blog, una penna che avete già avuto modo di apprezzare in "Rosamarea"
Daniela Perego

Quarto capitolo, una penna d'autore, quella di 
Riccardo Simoncini
ad un passo dalla pubblicazione della sua opera prima con la Edizioni Convalle ;-) 

Quinto capitolo, una scrittrice misteriosa già quotata ;-)
Veronica
una penna esperta;-)

Sesto capitolo, torna una penna che conosciamo bene, 
quella di
Tania Mignani
penna agile e strong!

Settimo capitolo, anche questa autrice è una "vecchia" conoscenza del blog
Maria Rita Sanna
ha dato un assaggio del suo stile ;-)
"un uragano" ;-)

Ottavo capitolo, torna
Francesco Lisa
con abilità porta avanti personaggi e storia
facendo crescere la suspance che sta appassionando i lettori
di capitolo in capitolo :-)

Capitolo nove: 
Michele Fierro
penna nota a questo Blog, 
aumenta l'intreccio ;-)
Il passato ritorna...




Il titolo?

Lo sceglierete voi lettori :-)

Capitolo 1
di 
Stefania Convalle

L'ora del tramonto, quando tutto si placa in una luce calda. C'era ancora qualcuno su quella spiaggia, assorto, a godersi lo spettacolo dei colori che offriva il cielo, illuminato dal sole che si tuffava nel mare. 
L'atmosfera era tranquilla, come ogni sera a quell'ora. Ma poco più in là, Emma era già in movimento. In qualche modo si godeva anche lei quel momento di pace prima della serata. 

Girava per i tavoli del suo locale in riva al mare controllando che tutto fosse a posto: le tovaglie di lino, le stoviglie rigorosamente bianche, i calici di cristallo, le candele poste a galleggiare in un recipiente insieme a dei fiori, tutto curato nei minimi particolari per garantire ai suoi ospiti una serata indimenticabile. Le stelle e il rumore del mare completavano lo scenario e non era un caso che il suo ristorante fosse sempre al completo. 

Quella sera pensò che era ormai trascorso un anno dal suo arrivo. Le sembrava passato un secolo: un'altra vita, un'altra Emma. 
Già, c'era stato bisogno di coraggio, ma quello non le era mai mancato. Un anno prima aveva mandato all'aria tutta la sua esistenza, tutte le certezze buttate al vento; aveva fatto la valigia e se n'era andata. 
Lontano. Altri luoghi. Altra gente. Altri colori. Altri suoni. Aveva detto basta
Aveva gridato, basta
E quelli che avevano cercato di fermarla, ammutoliti dalla sua determinazione, si erano fatti poi da parte e l'avevano lasciata passare. 
Un anno prima. Soltanto un anno prima.




Capitolo 2
di
Francesco Lisa

Federico aveva avuto una giornata tosta, di quelle che nascono storte e si concludono ancora peggio. Pareva che tutto il modo si fosse dimenticato di lui e della sua sensibilità. Ogni persona che aveva incontrato e ogni cosa che aveva osservato quel giorno sembravano avere un solo obbiettivo: distruggere la sua autostima. 
A nessuno importava più del simpatico ragazzo dalla carriera brillante, pure i riccioli d’oro che gli pendevano ai lati delle tempie si erano afflosciati quando, la sera prima, Marta lo aveva lasciato fuori di casa. Gli era bastato vedere le valigie appoggiate al portone per capire l’antifona, non aveva avuto nemmeno la forza di citofonarle o chiamarla per cercare un chiarimento. Dopo sette anni era tornato a passare la notte nella sua vecchia cameretta che era stata il suo nido dall’infanzia fino all’adolescenza. Le carezze di mamma Maria avevano alleviato il dolore accompagnandolo in un sonno profondo, come ai vecchi tempi, quando era un piccolo ometto da proteggere.

Al risveglio il dolore era tornato con veemenza scombussolandogli l’intera giornata che per fortuna era finita. Uscito dall’ufficio, prima di tornare a casa dei genitori, era andato al mare. Voleva accertarsi che almeno quello non si fosse dimenticato di lui e che non fosse fuggito via, si rallegrò quando lo vide lì, al solito posto, mentre accarezzava la spiaggia semideserta. 
Tolse le scarpe e corse a perdifiato costeggiando la riva fino alla scogliera del Tono per poi tornare indietro ancora più veloce, per eliminare le tossine. Sfinito dalla fatica si fermò a recuperare il fiato e si sedette sulla sabbia, di fronte al locale di Emma. 
Le onde gli lambivano le caviglie, alcune gli bagnavano i polpacci rinfrescando i muscoli, mentre lui fissava il mare. Sapeva di aver sbagliato, ma a volte un uomo va anche perdonato, pensava; avrebbe riavvolto il nastro per ricominciare da zero, ma non era possibile, e forse sarebbe stato fin troppo facile. 
Uno a uno scagliava i ciottoli verso l’orizzonte, sempre più forte, sempre più lontani, come fossero  pensieri cattivi dai quali voleva e doveva liberarsi al più presto, per sempre. 

Quando la spiaggia rimase vuota e silenziosa, sotto il cielo scuro come i suoi occhi, si tolse la camicia e i pantaloni e con una breve rincorsa si tuffò in acqua, ad affogare il malumore. Riaffiorò dopo parecchi secondi, distante una ventina di metri dalla riva, liberò i riccioli facendoli schizzare intorno e gli sembrò davvero di essersi liberato di un grande peso. Forse, davvero il mare non si era dimenticato di lui, aveva raccolto la zavorra negativa che si era scrollato di dosso e che ora doveva rimanere sul fondale per sempre. 
Uscì dall’acqua incurante che qualcuno lo potesse vedere, in spiaggia non c’era più nessuno e il locale di Emma era ancora vuoto. La luce della luna piena che si specchiava sul mare illuminava i lineamenti del suo corpo scolpito da anni di palestra. I pettorali e gli addominali ben definiti non passarono inosservati agli occhi di Emma che lo aveva seguito con lo sguardo,  incuriosita fin dal suo arrivo in spiaggia. Dopo essersi rivestito diede un'ultima occhiata al mare, forse aveva dimenticato di raccontargli qualche particolare di quella triste storia; si rimise in macchina e si avviò verso casa dei genitori. 

Ed Emma tornò a pensare al suo lavoro.



Capitolo 3
di
Daniela Perego

Era passato solo un anno. Trecentosessantacinque giorni  di Emma.
La "vecchia" Patrizia – ora Emma – era morta quel giovedì di giugno,  quando l’intera banda che gestiva la prostituzione in città venne arrestata. Grazie a lei.

Seduta sul muretto che separava il ristorante dalla spiaggia, con lo sguardo perso tra le onde, ripensò all’intera vicenda.
Era nata in una  famiglia molto religiosa, passava tutto il suo tempo libero in parrocchia, tra oratorio e sacrestia; negli ultimi anni aveva affiancato Don Albino nella missione - quasi impossibile - di togliere dalla strada le ragazze straniere arrivate in Italia con il sogno di una vita libera e di un lavoro onesto.

Un brivido le ricordò le fredde serate invernali, passate a parlare con Aina, Asabi, Irina, Raissa e molte altre di cui non seppe mai il nome; molte di loro non capivano e non parlavano neppure la lingua italiana. La paura di qualcuna vacillò, facendo pensare a lei e a Don Albino di essere riusciti nell’intento, ma la punizione degli sfruttatori  arrivò pesante e violenta lasciando una cicatrice sul volto di Raissa e il parroco sanguinante a terra.

Nonostante il divieto della famiglia, continuò a occuparsi delle ragazze, ormai sola. Ricevette minacce, comparvero scritte sul muro della sua abitazione e le incendiarono l’auto.

Esattamente un anno prima, in una notte stellata come quella sera, l’epilogo della storia: le forze dell’ordine arrestarono gli sfruttatori in Italia e nei Paesi coinvolti nel traffico di prostitute.
E in poche ore si trovò a decidere del suo futuro.

A molti piacerebbe rifarsi una vita, cambiare Paese, abitudini, clima, amici e altro ancora;  ma essere costretti a farlo per una ragione di vita o di morte è tutt’altro.
Fu straziante salutare i suoi genitori, suo fratello Claudio e sua sorella Lara.
Nessuno avrebbe potuto conoscere la sua nuova identità. Per tutti, lei doveva essere  morta. Il suo cuore tremò quando le dissero che era ora di andare, il tempo dei saluti era scaduto.

Dov’era Giorgio?
Non lo aveva salutato, non gli aveva spiegato. Non c’era stato tempo.
No, Giorgio no. Doveva sapere. L’avrebbe cercata. L’avrebbe odiata.
Ed Emma lo amava tanto. 
Ma l’amore per la vita aveva vinto: era partita.

Si asciugò le lacrime, pronta ad accogliere i primi clienti.

Respirò profondamente l’aria salmastra dando un ultimo sguardo alla spiaggia. Tra le ombre della sera le parve di notare qualcuno allontanarsi... 




 Capitolo 4
di
Riccardo Simoncini


Oggi era il merdaversario.
Un anno esatto dalla scomparsa di Patrizia.
Scomparsa era la parola esatta. Non si era nascosta, non lo aveva lasciato, non lo stava evitando. Era scomparsa. Come una bolla di sapone dopo i suoi pochi istanti di compattezza.

Quel giorno, Giorgio, si concesse l’insensato lusso di comporre ancora una volta il numero di telefono che aveva imparato a memoria durante la loro intensa storia. Gli rispose una donna gentile, che con una delicata voce registrata lo informava che il numero da lui selezionato era inesistente. Riagganciò, socchiuse gli occhi e appoggiò la fronte contro il vetro fresco della finestra senza provare alcun sollievo.

Dove sei, Patrizia? pensò. Da qualche parte, certamente. La madre, ammesso che sapesse qualcosa, era ossuta e forte come il carattere che aveva trasmesso alla figlia. Non aveva mai lasciato trapelare nulla, schermando informazioni ed emozioni nello scrigno inespugnabile di uno stoico, insensato silenzio. Il padre era l’anello debole. Su di lui avrebbe dovuto fare più pressione. Una volta, una sola volta, si era lasciato scappare parole di cui subito si era evidentemente pentito, frasi sconnesse pronunciate con un’espressione di sincero dolore, che gli avevano lasciato intendere che da qualche parte la donna con la quale aveva condiviso l’Amore aveva trovato rifugio. Era la conferma che Patrizia non aveva cessato di esistere.
“Quanto sei grande, Mondo? In quale delle tue tasche me l’hai nascosta, bastardo?” chiese alla minuscola porzione di panorama oltre la finestra.

Un anno.
Ogni volta che ti guardi indietro, un semplice anno si perde nei numeri grandi del passato. Ma l’ultimo, quello che ti sei appena lasciato alle spalle, quello più fresco, quello più recente, quello che non ha ancora avuto modo di nascondersi tra le pieghe del Tempo, sembra sempre avere un peso speciale, una massa più importante, un metabolismo più lento.

Giorgio lo sapeva.
Era questione di altro tempo, e un’altra donna sarebbe arrivata a cancellare la sua solitudine e i suoi ricordi. E quando si fosse innamorato di nuovo, avrebbe smesso di mangiare da solo, di dormire da solo, di fare l’amore da solo.

E Giorgio non voleva.
Non voleva un nuovo mare con onde impetuose che arrivassero a cancellare i segni che insieme a lei aveva disegnato sulla sabbia. Non voleva nuova vita, nuove gioie, nuove emozioni. Lui chiedeva soltanto di riprendere il suo percorso da dove era stato interrotto senza motivo, senza spiegazioni, senza la consolazione, per quanto amara, della rassegnazione.

Era odio quello che sentiva, in certi momenti. Odio che abbracciava l’amore e cercava di mischiarsi ad esso come se fosse della stessa natura. Ne era pieno. Dell’uno e dell’altro. Ma erano ben definiti, separati da una densità differente, come acqua e olio in uno stesso recipiente.
L’odio era facile. Dettato dall’esasperazione, regalava una piacevole compagnia facendo un sacco di rumore, fornendo spiegazioni e facili risposte alle mille domande che si ammassavano senza alcun ordine.

L’amore, invece, faceva un sacco di male. Era figlio dei ricordi e delle sensazioni. Rimava zitto, in silenzio, come un vecchio saggio e paziente, seduto in attesa, sorridente davanti all’eterna battaglia tra cuore e ragione.

Era fottutamente indisponente, l’amore.

Vaffanculo, amore mio, sintetizzò Giorgio soffiando su quella immaginaria prima candelina che segnava il tempo passato senza Patrizia.



 Capitolo 5
di
Veronica

Camminare a piedi nudi sulla battigia rappresentava, per Patrizia, uno dei piaceri a cui non avrebbe saputo rinunciare, e se a fare da cornice vi era uno scenario come quello, ecco, si sentiva graziata. All'inizio della settimana si concedeva sempre una passeggiata nel tardo pomeriggio, sapeva che erano giorni meno impegnativi rispetto all'affluenza solita e poi il locale era in buone mani con Carlo e Marina, i suoi collaboratori.
Stava bene in quella parte di mondo dove si era rifugiata, peccato non poter condividere quel paradiso con Giorgio, l'unico uomo che aveva amato sul serio, l'unico che aveva abbandonato senza una parola di spiegazione. Che ironia!
Si fermò, chiuse gli occhi e trasse un profondo respiro, il vento le scompigliava i capelli, le carezzava la pelle e soprattutto le dava forza, ne aveva veramente bisogno così lontana dai suoi affetti, dalle sue abitudini, dalle sue radici.
Non era pentita delle sue scelte, anzi, era più che mai convinta di aver operato nella maniera giusta,  restare significava mettere in pericolo la vita dei suoi cari, non solo la propria.

Tornò verso il ristorante, il sole era già tramontato e a breve si sarebbero presentati i primi avventori.
Era quasi arrivata quando notò il ragazzo biondo seduto vicino all'acqua, lo stesso di qualche giorno prima; se avesse seguito l'istinto sarebbe andata a sedersi accanto a lui, ma il suo cuore non ne voleva sapere di nuove occasioni, troppa sofferenza ancora da smaltire, ci voleva tempo.
Entrò decisa nel locale dove qualcuno si era già accomodato, si accertò che tutto fosse a posto e si diresse verso la cucina per dare una mano. La situazione era sotto controllo e Carlo la rispedì in sala, dove sarebbe stata senz'altro più necessaria.
“Il mio chef non mi vuole fra i piedi” disse sorridendo ai clienti seduti vicino alla vecchia pendola in fondo alla sala, coi quali era più in confidenza.
“Le pietanze sono di vostro gradimento? Desiderate altro vino?”
Si girò per prendere nuove ordinazioni e si accorse, con sorpresa, che il ragazzo biondo era appena entrato e stava guardando in giro alla ricerca di un posto per sedersi.
Gli andò incontro e lo guidò verso uno dei tavoli vicino alle finestre, la posizione migliore, quella col  panorama mozzafiato per nutrire non solo il corpo, anche l'anima. 

“Io sono Emma. Grazie per aver scelto il nostro ristorante.”disse tendendogli la mano.
“Piacere, Federico. Era da un pezzo che volevo entrare e devo dire che le mie aspettative non sono state disattese, è molto accogliente. Immagino che la cucina sia all'altezza dell'arredo, vista l'affluenza di gente.”
La serata stava volgendo al termine, il locale si stava lentamente vuotando e la stanchezza cominciava a farsi sentire.
“Desidera altro, Federico? Vuole un dolce, il caffè?”
“Vorrei che si sedesse a chiacchierare un po' con me.”
“D'accordo, ma dammi pure del tu, siamo coetanei, immagino.”
“Da dove arrivi, Emma? Non ti avevo mai visto nei dintorni e a Gaeta ci si conosce tutti. Io ci sono nato, abito a poca distanza da qui.”
“Io... arrivo da Cuneo.”
“Ah, dal Piemonte, mi sembrava un accento famigliare! Ho trascorso diversi anni a Torino, fino a quando la multinazionale per cui lavoro non ha aperto una nuova filiale proprio a Gaeta, circa un anno fa, e mi ha proposto il trasferimento. Ma ho detto qualcosa di sbagliato? Sei diventata pallidissima!”
“No, va tutto bene. Sono solo un po' stanca, non preoccuparti.”
“Mi mancano gli amici di Torino, con alcuni sono ancora in contatto, perlopiù colleghi di lavoro. Quest'anno ho invitato due di loro a casa mia, trascorreremo insieme le vacanze; devo ancora dirlo ai miei ma non credo solleveranno problemi, abbiamo spazio a sufficienza.”

Dopo essersi salutati, Patrizia salì nella sua stanza e si buttò sul letto, esausta. Avrebbe dovuto mentire per tutta la vita e a chiunque.
Quante coincidenze, pensò, lei era proprio di Torino e Giorgio lavorava in una multinazionale.





Capitolo 6
di
Tania Mignani

La luce che filtrava dalla finestra colpì Lara come una spada acuminata proprio in mezzo agli occhi. Fissò il soffitto cercando di emergere da quel mare di incoscienza in cui le pareva di galleggiare. 
Qualcosa le pesava sul petto, un braccio tatuato il cui resto del corpo russava rumorosamente al suo fianco. Tentò di alzarsi a fatica mentre la testa vorticava furiosamente. Pur non conoscendo la combinazione dei vari locali in quell’appartamento del tutto sconosciuto, aprendo la prima porta trovò ciò che cercava. Pochi istanti dopo, inginocchiata davanti al gabinetto si liberava di tutte le sostanze bevute e sniffate durante la notte. Peccato non potere liberarsi dell’abituale disprezzo  che provava verso se stessa e gettarlo nel vortice di acqua generato dallo sciacquone. 
La testa le pulsava insopportabilmente, ingerì due aspirine bevendo direttamente dal rubinetto. Rialzandosi incontrò la sconosciuta riflessa nello specchio: un volto scarno, pallido dagli occhi infossati e lividi. Quasi si spaventò, poi sorrise amaramente nel riconoscere su quel corpo ossuto i segni della sua disperazione, di quel senso di inadeguatezza che sempre più spesso trovava sfogo nelle ferite autoinferte, cicatrici seppur sbiadite sulla pelle, ancora pulsanti nel suo animo.
Gli occhi le si riempirono di lacrime, nella mente come tanti fotogrammi impazziti riaffiorarono ricordi: lei che la trovava in bagno e guardava inorridita i tagli sulle braccia e sulle gambe. “Che hai fatto Lara?”, le gridava disperata “Perché?”.
Già, perché?

Perché lo faceva? Per farli sentire in colpa? Perché per anni era stata sempre considerata quella non all’altezza?
Non brillante e intelligente come Claudio.
Non coraggiosa e intraprendente come Patrizia.
No, non erano queste le motivazioni, voleva semplicemente attirare l’attenzione, sentirsi amata, e la sorella lo aveva capito.
“Perché lo fai?” le gridava, mentre Lara fissava quasi in trance i sottili rivoli rossi che cadevano nella vasca. Ricordava le sberle, sonore, forti che la risvegliavano e la riportavano alla realtà. Le sue braccia che la accoglievano, la disperazione che finalmente trovava sfogo e tutte quelle lacrime che sgorgavano liberandole l’anima. Non era stato facile, ma ci erano riuscite, insieme. 
Patrizia era diventata il suo punto fermo, le aveva regalato una sorta di equilibrio, l’aveva aiutata ad accettarsi, a capire che anche lei valeva qualcosa. E quando finalmente ci stava riuscendo se ne era andata, per sempre.

Lara si sciacquò il viso con l’acqua fredda cercando di lavare via anche la nostalgia, esattamente un anno prima la sorella era scomparsa e ora lei stava sprofondando nuovamente in quel baratro dal quale Patrizia l’aveva strappata a fatica.
Inutile abbandonarsi ai ricordi, aveva problemi concreti e urgenti da risolvere. Pochi giorni prima aveva perso il lavoro, quei pochi soldi che guadagnava servendo ai tavoli di uno squallido ristorante le servivano a pagare l’affitto di una camera nell’appartamento condiviso con altre tre ragazze. Era in arretrato di quattro mesi e le sue coinquiline l’avevano cacciata. Splendido! Senza casa e senza lavoro.
Rivestendosi notò che l’appartamento in cui si trovava era piuttosto elegante, sicuramente il tizio col quale aveva trascorso la notte era il classico figlio di papà che giocava a fare il ribelle prima di omologarsi in una vita predefinita. 

Diede furtivamente un’occhiata in giro per cercare di capire dove potesse trovare dei soldi. Aprì cassetti e armadi senza alcun esito. Raccolse da terra i jeans del suo amante occasionale, nel portafogli c’erano solo dieci euro, meglio di niente e, a ben pensarci, forse lei non valeva un centesimo di più, concluse amaramente. Lanciò un’occhiata veloce allo scaffale sui cui erano allineati i cd, ne afferrò alcuni mettendoli velocemente nella borsa, sarebbe riuscita a rivenderli per qualche decina di Euro. Cercando di non fare rumore si chiuse la porta alle spalle e se ne andò. 
Il quartiere in cui si trovava le era sconosciuto, cercò inutilmente alcuni punti di riferimento tra il traffico del mattino e dopo aver vagato per vie del tutto estranee, entrò in un bar.
“Cosa vuoi?” la apostrofò la barista, evidentemente preoccupata dal suo aspetto poco rassicurante.
“Un caffè doppio” rispose poggiando sul bancone i dieci euro e ignorando la lampante ostilità della donna.
Poco dopo sorseggiando il liquido amaro si avvicinò alla vetrina del locale, alcuni palazzi dalla parte opposta della strada avevano attirato la sua attenzione. Era sicura di essere già stata da quelle parti, forse dopo una notte come quella appena trascorsa?
Giorgio!
Ricordò di avere accompagnato Patrizia a casa sua molto tempo prima. Fra loro due non c’era mai stato un buon rapporto, anzi, a voler essere sinceri si trovavano reciprocamente antipatici, durante quel difficile ultimo anno si erano incrociati un paio di volte in centro fingendo entrambi di non essersi riconosciuti.

Finì velocemente il caffè e pochi minuti dopo stava suonando il campanello. La porta si aprì.
“E tu, che ci fai qui?”




Capitolo 7
di
Maria Rita Sanna

Certo che una mareggiata simile non si era mai vista, soprattutto in piena estate. Emma e Federico camminavano con i piedi immersi nella fanghiglia e molti detriti sparsi nel locale. Era proprio vero che il clima stava cambiando e la sua furia lo dimostrava. Tutta la notte il vento aveva soffiato forte, una tromba d'aria aveva distrutto completamente un chiosco bar, all'altro lato della spiaggia. Il locale di Emma era inondato, inagibile, e lo sarebbe stato per alcuni giorni.

Federico era diventato un cliente abituale, si era affezionato a quella ragazza dagli occhi malinconici. All'alba di quella mattina trovò Emma tra le lacrime, nella sala ristorante, e lui senza dire niente si mise al lavoro per rimettere un po' d'ordine. Con l'arrivo poi di Carlo e Marina, fecero un bel mucchio di cose da buttare; nel pomeriggio entrò un raggio di sole a bucare  quella tetra visione.

Qualcosa nel cumulo di immondezza sorprese l'attenzione di Emma che, avvicinandosi, scoprì l'oggetto. Era una bottiglia, vuota e chiusa ermeticamente; anzi, qualcosa dentro c'era. Federico si avvicinò alla ragazza.
“Emma, per ora abbiamo finito, domani verranno gli elettricisti a ristabilire l'impianto, poi daremo una bella imbiancata e tra una settimana l'attività ripartirà. Vedrai, faremo una bella festa per i miei amici che passeranno qui qualche giorno di vacanza, e io ti aiuterò in tutto.”
“Ti ringrazio, Federico, mi stai aiutando parecchio e non solo manualmente. Da quando ti ho conosco mi sento più allegra, ma questo disastro, purtroppo, mi ha fatto crollare il mondo addosso... Per la seconda volta...”
Il giovane, sorvolando su quelle ultime parole, iniziò a fantasticare su quella strana bottiglia, ipotizzando un tesoro nascosto da cercare.
“Pensa, Federico, questa bottiglia è l'unica cosa simpatica di oggi. Dai, apriamola!”
Con mani emozionate, Emma, svolse il biglietto e insieme al nuovo amico lo lesse.

Patrizia! PATRIZIA! Dove sei? Ma che razza di persona sei?
Hai salvato delle puttane qualsiasi, ma non hai pensato a salvare me, che sarei stato il tuo futuro. Non hai pensato alla  tua famiglia, che ha scoperto la tossicodipendenza di tua sorella, ricaduta in quell'inferno.
Oh, come la odio! E quanto ti assomiglia! Vorrei eliminarla all'istante quelle rare volte che la incontro, solo perché lei c'è e tu no.
Dov'è il tuo Dio? Il NOSTRO Dio?
Pace, amore, solidarietà...
E io? Chi cazzo sono? Cosa cazzo ero per te?
Niente, ecco cosa rappresentavo. E guarda come sono ridotto, a scrivere i miei stronzi pensieri in un foglio e buttarli in mare.
Vorrei buttarmi pure io, per farla finita, ma non ho nemmeno quel coraggio. Non ho più nulla. Solo quello stupido numero di telefono che ancora compongo: il tuo. Macino chilometri con la macchina, in cerca di un possibile indizio che mi porti a te.
Forse ti amo ancora, sto impazzendo e sono disperato.
MARE, CIELO, TERRA, se mi ascoltate: io sono Giorgio e amo Patrizia.

“Però, che stronza, questa Patrizia!” disse Federico, che fece appena in tempo a prendere tra le braccia Emma, svenuta.



Capitolo 8
di
Francesco Lisa

Giorgio camminava nervoso intorno alla stanza e di tanto in tanto si fermava dietro la finestra a osservare il cielo. Il piagnisteo di Lara continuava inesorabile come una litania snervante, peraltro inconcludente. Giorgio aveva pensato di sbatterle la porta in faccia quando l’aveva vista. Ma alla fine aveva fatto prevalere la ragione sull’istinto e l’aveva fatta entrare. L’aveva accolta nel suo appartamento non perché le facesse tenerezza vederla ridotta in quello stato e nemmeno per evitare di sentirsi attanagliato dal rimorso di coscienza; lo aveva fatto solo perché quella donna era l’ultimo appiglio da afferrare; era lei l’unica persona che poteva tenere viva la speranza di ritrovare Patrizia.

Lara si era arresa alla sua fragilità riversandosi sul divano, tentava di asciugarsi le lacrime, mormorava frasi incomprensibili ch’erano figlie di quei maledetti pensieri che facevano a gara per prevalere l’uno sull’altro.
«Smettila di lamentarti, dovresti imparare ad amarti, piuttosto che ridurti in queste condizioni. Hai ventisei anni e ti comporti come se la vita non avesse più niente da offrirti.» gli arringava Giorgio fermandosi alle sue spalle.

Tante volte aveva assistito alle scene turbolente tra le due sorelle, così simili fisicamente e dannatamente diverse nel modo di affrontare la vita. Prendere il ruolo di Patrizia lo faceva sentire più vicino a quell’amore perduto, sparito nel nulla, ma mai morto definitivamente e che lui teneva in vita a modo suo, affidando i suoi pensieri al mare.

«Giorgio io non sono come lei, non sono nemmeno come Claudio. Io sono un fallimento, ecco cosa sono. La mela marcia della famiglia Cristante.»
«Tu non sei niente, non sei mai stata niente e sai perché? Perché hai avuto sempre tutto facile, non hai mai conosciuto il significato della parola sacrificio. Ti piaceva sperperare i soldi di tuo padre con quelle schifezze che ti passavano i tuoi amici e ora guardati. Guarda come cazzo ti sei ridotta. Dimmi, sei piombata a casa mia per fare cosa?»
«Ho perso il lavoro, non ho più un tetto sotto il quale ripararmi, e gli amici, quelli si sono dileguati come se fossi un pericolo per le loro vite. Sono nella merda, Giorgio, aiutami a uscirne. Ti prego.»
«Tieni!» le disse Giorgio porgendole un bicchiere d’acqua intanto che pensava a cosa fosse giusto fare.
Il futuro di quella ragazza ora dipendeva da lui e dalla decisione che avrebbe preso. Nessuno gli impediva di rifiutarsi di aiutarla. Per lei sarebbe stata la fine, non sarebbe mai tornata a chiedere aiuto ai genitori, la vergogna era troppa e non glielo permetteva. Magari sarebbe andata a dormire alla stazione o in qualche vicolo buio, sarebbe divenuta preda del degrado urbano. Giorgio la detestava ma non poteva riservarle niente di tutto questo, decise di proporle un patto.

«Senti, ora tu mi ascolti bene e fai quello che ti dico. Giocatela bene questa carta perché è l’ultima opportunità che hai di uscire dalla merda e farti una vita dignitosa. Un mese, non un giorno in più, potrai condividere l’appartamento con me, dormirai nella stanza degli ospiti. Non porterai dentro nessuno stronzo né quella roba che ti ha ridotto così. Ho parecchi amici imprenditori, proverò pure a trovarti un impiego ma devi promettermi due cose.»
«Tutto quello che vuoi, Giorgio, giuro che farò tutto quello che desideri basta che mi aiuti, non ce la faccio più a sentirmi così, così schifosa.» negli occhi aveva riflessa la speranza di una via d’uscita tanto cercata e mai trovata.
«Devi promettermi che in questo mese farai di tutto per farmi ritrovare Patrizia, dopo di che sparirai per sempre dalla mia vita.»
«La troveremo.» gli sussurrò Lara, con l’ultimo filo di voce che le era rimasto, scivolando ai suoi piedi.



Capitolo 9
di
Michele Fierro

Sapeva che erano lì, da qualche parte. Magari li avevano seguiti a distanza e si erano fermati in strada, proprio dietro l’angolo che avevano svoltato per appartarsi in quel residuo scampolo di boscaglia, in mezzo a quello schifo squallido di zona industriale.
Maledetti stronzi.
C’era voluto poco, subito dopo aver riacquistato la libertà, e insieme a quella il passaporto che le avevano portato via tanti anni prima, per ritrovarsi punto e a capo. Dicevano di essere “amici suoi”, che erano diversi da quelli di prima, che per lei sarebbe cambiato tutto.
Già, proprio così.
Tempo un paio di settimane e il prezzo di quella “amicizia” le era stato presentato, puntuale come la rata di un mutuo. Un debito eterno e sapeva benissimo che non lo avrebbe mai finito di pagare. Una cambiale senza data, incollata alla sua pelle come un tatuaggio.
Così il suo passaporto era sparito un’altra volta, svanito a forza di ceffoni sul muso e calci sulla schiena, là dove i lividi non si sarebbero visti. Ora, mentre sfiorava con le dita della mano la cicatrice sul suo giovane viso, ripensava a quella ragazza e a quel prete che avevano cercato di strapparla al suo destino infame.
Le era rimasto soltanto un nome, Patrizia, otto lettere che aveva archiviato con speranza tra le parole del suo italiano stentato. Quella donna, o la speranza che il prete fosse sopravvissuto alla lama tagliente che il suo stesso corpo aveva conosciuto quella sera, erano le sue uniche possibilità di sopravvivere.
Svetlana guardava le stempiature tristi dell’uomo seduto al posto di guida. I ciuffi di capelli, a lato della testa, non si muovevano più in quel modo grottesco che li faceva assomigliare a delle buffe ciglia.
In fondo era dispiaciuta per quello sconosciuto. Le aveva detto di chiamarsi Paolo, ma lei non ci aveva creduto. Conoscere il nome dei suoi clienti, quello vero, non era poi così importante. Erano tutti uguali, a modo loro, uguali per lei che faceva ormai presto a dimenticarli.
Non aveva nemmeno fatto in tempo a slacciarsi i pantaloni quando, strizzando gli occhi, si era portato la mano al petto tenendosi il braccio sinistro attaccato al fianco, rigido come una mazza da baseball.
Aveva capito subito cosa stava succedendo. Lo aveva capito lui, ma lo aveva capito anche Svetlana che, da infermiera diplomata, certe cose le aveva studiate.
Eppure non aveva trovato il coraggio di alzare un dito per aiutarlo. In quell’automobile non c’era la stessa donna che aveva studiato i sintomi di un infarto e alla quale avevano insegnato quanto fosse importante chiamare i soccorsi in quei casi. La vera Svetlana era altrove, rimasta sul fondo del cassone di un camion passato alla frontiera di Chiasso, solo qualche anno prima.
A un certo punto, quando l’uomo stava per emettere l’ultimo vagito prima di spirare, aveva persino avuto l’istinto di tappargli la bocca, già certa del suo disegno criminale e pronta a tutto pur di metterlo in pratica. Ma non ce n’era stato bisogno: l’uomo era morto senza nemmeno un rantolo e così, con certezza, nessuno aveva potuto sentire nulla.
La ricerca affannata nelle tasche dell’abito a buon mercato, addosso al cadavere, aveva dato scarsi risultati. Pochi spiccioli in un portafoglio estratto a fatica dalla tasca posteriore dei pantaloni, quasi irraggiungibile, schiacciato sotto il peso di quel corpo flaccido e immobile.
Ebbe più fortuna rovistando nel cassetto portaoggetti. Dentro una busta completamente anonima, che non lasciava promettere niente di buono, spuntarono fuori settanta bigliettoni bianchi e arancio, ognuno a modo suo promettente con un rassicurante numero cinquanta metodicamente stampigliato.
Davvero un bel gruzzolo, la pazienza della donna era stata premiata.
Si guardò alle spalle, nel tentativo di scorgere eventuali movimenti che potessero aiutarla a scegliere la direzione giusta per non essere seguita. Fuori da quell’auto la stava aspettando quella nuova vita che aveva sognato troppe volte.
Il sogno di una libertà mai assaporata, soffocata tra le braccia di sconosciuti avvinazzati e puzzolenti, madidi di sudori insopportabili e dalle mani sempre troppo sgraziate, la stava aspettando a pochi metri.
Dopo aver disattivato la luce dell’abitacolo, socchiuse la portiera della berlina tedesca, protetta dalla penombra e dal vestito scuro che la mimetizzava perfettamente sullo sfondo della carrozzeria nero lucente, e uscì all’aperto. Richiuse lo sportello, facendo attenzione a non far scattare la serratura, e si allontanò a piccoli passi in direzione opposta alla strada.
Conosceva fin troppo bene quella zona. Le sarebbe bastato arrivare dall’altra parte dei campi coltivati che lambivano la statale, con lo scopo di evitare la strada sulla quale l’avrebbero potuta vedere. Doveva assolutamente raggiungere i viottoli di campagna che l’avrebbero portata comunque fino alla città e, una volta lì, alla stazione dei treni.
Certe sue amiche stavano appena fuori città. Le avrebbe raggiunte e loro l’avrebbero aiutata a rifarsi un nome e dei documenti nuovi. Una nuova vita finalmente, da cominciare lontano da lì, alla ricerca dei suoi angeli custodi, una ragazza e un prete.
Si voltò indietro, solo per un attimo, a guardare l’auto immobile tra gli alberi, un po’ pentita per aver approfittato di quell’uomo. Si perdonò giusto un attimo dopo, pensando che in fondo lui stava per fare altrettanto con lei.
La stessa vita che quell’uomo aveva perso, a lei l’avevano portata via tanti come lui, giorno dopo giorno, notte dopo notte.
Ora, dopo aver sepolto Svetlana sul cassone di quel camion di frontiera, in quell’auto aveva sepolto anche Raissa.

E non voleva rivederla mai più.