Dipende da dove vuoi andare

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lunedì 28 agosto 2017

Numero 292 - 700 giorni - 28 agosto 2017



Chloe.
La protagonista di questo romanzo di 
Floriana Naso
autrice torinese molto attiva che ho conosciuto da poco.

Curiosa, ho voluto leggere questo romanzo per capire  e conoscere la sua penna.

In questo periodo leggo molto per lavoro e poco per diletto, ma in questo scampolo d'estate ho deciso di regalarmi il tempo per leggere qualche libro per il solo piacere di farlo.
E in questa "vacanza" dal dovere ho letto in un solo giorno questo romanzo.

"700 giorni", 
titolo accattivante che si svela solo nelle battute finali, 
primo merito dell'autrice.

Penna abile ed elegante, Floriana ci porta nel mondo di Chloe puntando il riflettore sugli aspetti esteriori di questa ragazza che sembra vivere e circondarsi della superficialità di un mondo dorato. 
Apparentemente.

Ma pagina dopo pagina, lo zoom sfronda ciò che è  solo contorno o riempitivo di una vita che sembra aver sposato la filosofia dell'edonismo.

Chloe appare come una ragazza a tratti vuota, incapace di provare sentimenti, dentro una gabbia dorata che rivelerà pagina dopo pagina le sue frustrazioni che hanno origine in una famiglia che minerà il suo equilibrio.

"Era seduta a tavola davanti a un piatto vuoto, proprio come la sua anima."

Questa frase, per me, è il cuore del romanzo.

Un vuoto che Chloe cercherà di riempire con cioccolata che ricorre e che diventa consolatoria, e con curiosità verso trasgressioni sessuali che le mostreranno, orgasmo dopo orgasmo, che l'amore è davvero altro.

Paura d'amare?

Chloe capirà a sue spese e attraverso un travaglio che scombussolerà la sua intera vita, il valore della vita stessa e quello che conta nell'esistenza di ogni essere umano.

Ritmo serrato, narrazione fluida e senza cali che possano provocare l'allontanamento del lettore da queste pagine, Floriana dimostra doti che secondo me dovrà approfondire alla ricerca di uno scavare nell'animo umano, cosa non alla portata di tutti coloro che scrivono, ma insite nella sua penna.

Qualche descrizione di troppo, secondo me, ma sicuramente un romanzo che porta il seme di altri sempre più profondi che l'autrice potrà scrivere nella sua carriera che, le auguriamo, possa essere di grande successo.

Finale navigato.

Brava, Floriana!
A rileggerti!




lunedì 21 agosto 2017

Numero 291 - Come iniziare bene la settimana - 21 Agosto 2017


Uno degli aspetti più belli del mio lavoro di scrittrice è la possibilità che ho avuto e ho ogni volta che presento i miei libri, di incontrare persone speciali.
Una di queste è colei che ormai è diventata un'amica e presto anche un'autrice della Edizioni Convalle: Elena Murada.

Molto glamour, Elena è una donna davvero tutta da scoprire e così ho fatto, durante le nostre chiacchierate al parco nei mesi a seguire quella presentazione alla quale aveva presenziato diventando una mia affezionata lettrice, partendo da "Una calda tazza di caffè americano".

Durante i nostri incontri ho scoperto la sua vena artistica: il dono di raccontare e descrivere attraverso una rimare moderno, simpatico, pieno di ironia! 
E infatti mi sono detta: "Elena deve essere una mia autrice!".

E un giorno, una bella sorpresa! Una rima tutta per me che voglio condividere qui nel Blog per due motivi:
il primo è perché dice cose bellissime su di me :-D
il secondo è perché è uno scritto talmente delizioso che non potevo non condividerlo con voi, amatissime lettrici 
(e lettori ;-) )

Ecco a voi il mio ritratto secondo i versi di 
Elena Murada!




Tempo fa grazie ad un libro autografato
feci un incontro inaspettato,
e la passione per la scrittura
creò le basi per un'amicizia duratura.

Or di Stefania vi voglio parlare
affinché anche voi la possiate apprezzare,
il sol guardarla suscita simpatia
e il suo sorriso crea empatia.

Pur essendo una donna di grandi qualità
manifesta una rara ed apprezzabile semplicità,
innumerevoli libri ha pubblicato
ed un Festival ha letteralmente inventato.

Tuttavia come tutte le persone speciali
si è mantenuta ben ancorata ai suoi ideali,
rinomata la sua passione per l'eccellente libagione
unitamente ad una vera inclinazione 
ad acquistar libri a profusione.

Coniuga egregiamente ruoli differenti
che spazian dalla Tata a un Blog colmo di sentimenti,
stufa di essere surclassata
una casa editrice ad hoc si è inventata
e malgrado la sua vita si sia un po' incasinata
Stefania affronta e sdrammatizza tutto con una sana risata.

Sempre pimpante e ricca di positività
accoglie con grinta tutte le novità
e grazie all'aiuto di Giuseppe Tuttofare
ogni imprevisto riesce a dipanare.

Anche se è sempre assai occupata
non disdegna una bella chiacchierata
e poiché ama la convivialità
la sua casa è votata all'ospitalità.

Stare infatti in sua compagnia
genera sempre grande allegria
con lei di qualunque argomento puoi parlare:
da supersensibile, da contemplare,
all'armadio da riorganizzare.

Amante degli animali e della Natura
al Parco di Monza si gode la frescura
e in compagnia di una calda tazza da sorseggiar
con taccuino alla mano pianifica ciò che dovrà realizzar

Cara Stefi, augurandoti un successo a più non posso
ricordati della sottoscritta per il tappeto rosso.



Grazie, cara Elena e stai pur sicura
se "tappeto rosso" sarà, mi seguirai in quest'avventura :-D




Alla prossima 
dalla vostra
Stefania Convalle



mercoledì 2 agosto 2017

Numero 290 - Per non dimenticare - 2 Agosto 2017

.








 VITE INTERROTTE
di
Tania Mignani


Anna rivolge un ultimo sguardo all’enorme tabellone nero che illustra i treni in partenza e in arrivo. Le piace guardare le lettere bianche che scorrono modificando le destinazioni e il numero dei binari.
Prova a concentrarsi sugli annunci pronunciati dalla voce all’altoparlante ma fatica a capire le frasi che rimbombano nell’affollato ingresso della stazione. Sa già che il treno con cui arriverà Marco è in ritardo, l’ha chiesto poco istanti prima al bigliettaio mentre le consegnava i due biglietti per Rimini. L’uomo non è stato molto preciso, innervosito probabilmente dalla lunga fila alle sue spalle.
Un rapido sguardo all’orologio: le 10:00 e l’altoparlante ha appena annunciato un ritardo di quaranta minuti. Con il dito appoggiato sul vetro della bacheca, cerca sul tabellone giallo gli orari di partenza per Rimini, forse riusciranno a prendere il treno delle 11:10 al binario cinque. Si guarda intorno un po’ smarrita, quaranta minuti di attesa prima che arrivi Marco, sperando che il suo treno non accumuli altro ritardo, cosa molto probabile. Il caldo e l’umidità che provengono dall’esterno le fanno scartare l’idea di ingannare il tempo tra i banchetti della vicina piazzola.
Lancia una rapida occhiata nel vetro della porta della sala d’aspetto mentre vi entra. E’ soddisfatta dei suoi capelli neri, con quel taglio un po’ bizzarro da folletto e il ciuffo decolorato che ricorda “Crudelia Demon”.  Attraversa la sala incrociando gli sguardi di disapprovazione di alcune persone. Vorrebbe far loro notare che siamo nel 1980 ed è ora che si diano una svegliata. Scrolla le spalle, in fondo, chissenefrega, è abituata ormai alle critiche da parte dei professori e dei parenti rivolte al suo abbigliamento. La mamma spesso difendendola risponde loro che “è la moda, l’importante è che faccia il suo dovere a scuola e che non si droghi”.
Anna trova una sedia libera e si siede, leggermente infastidita dalle urla stridule dei bambini che si rincorrono tra i bagagli abbandonati a terra e dal vociare ininterrotto degli adulti.  Il tempo sembra non passare mai, avrebbe voglia di chiacchierare con qualcuno. Riconosce una ragazza seduta all’angolo opposto al suo, frequenta la sua scuola, quarta C. Potrebbe andare da lei con la scusa di chiederle una sigaretta e fare due chiacchiere ma non trovandosi molto simpatiche continuano a ignorarsi reciprocamente.
Pensa a Marco, Anna e Marco…. Suona bene, talmente bene che anche Dalla ci ha scritto una canzone, certamente non è il genere musicale che amano, ma da quando stanno insieme ogni volta che passa in radio, lei non cambia più stazione. Le piace la musicalità dei loro nomi affiancati e ripete mentalmente la strofa finale, sorridendo al pensiero che fra poco meno di un’ora saliranno su un treno diretto al mare per trascorrere insieme il week end.
Anna apre la sua sacca di nylon nera, dentro un costume di 
ricambio, il sacco a pelo, il registratore portatile con alcune 
cassette e l’inseparabile agenda. Le sue poesie demenziali, i 
suoi disegni e pensieri sono rinchiusi tra quelle pagine. 
Marco piace sfogliarla, ciò che scrive lo diverte, dice che 
ricordano i testi degli Skiantos. Secondo lui Anna ha talento e dovrebbe coltivarlo, è stato l’unico finora che ha riconosciuto in lei una particolare attitudine. Sicuramente non i suoi 
genitori i quali non si aspettano da lei grandi cose: una media decente a scuola e una probabile laurea in lingue o in lettere 
perché l'insegnamento, dice la mamma, “è il lavoro più adatto a una donna con famiglia”, dando ovviamente per scontato 
che quella è la vita che desidera. Il futuro ora le pare così 
distante, ancora un anno di Liceo poi chissà...
Fra poco più di un mese Marco terminerà il servizio militare e potrà riprendere i suoi studi al DAMS ma nelle ultime lettere descriveva animatamente il suo desiderio di andarsene.  
Anna passerebbe ore ad ascoltarlo mentre Marco racconta i 
suoi sogni e progetti. Un futuro declinato al plurale che 
comprende anche lei. 
Questa è la ragione per cui lo ama tanto.

Una rapida occhiata all’orologio, questo tempo bastardo 
pare non passare, minuti interminabili la separano dal mare, dal suo week end finalmente libero, ma soprattutto da Marco. L’agenda fidata aperta sulle gambe e la mente che rincorre 
un’ispirazione che non arriva. Troppa confusione, troppo 
caldo e sono appena le 10:20. A pensarci bene il giro in 
piazzola non sarebbe stata una cattiva idea, ma ormai le 
conviene aspettare pazientemente.
Osserva la pagina bianca davanti a sé, cerca nell’astuccio il 
pennarello rosso e traccia un cuore grande quanto il foglio. 
Troppo banale forse come soggetto ma esprime al massimo 
ciò che Anna prova in quel breve momento di attesa.

Solo pochi istanti e non rimarrà traccia di una sacca di nylon nera e del suo contenuto, un costume di ricambio e un sacco a pelo, tanti sogni e un futuro interrotto, di un’agenda aperta 
con un cuore rosso, appena tracciato sulla data:  
2 agosto 1980.

(Nel rispetto di tutte le vittime reali e delle loro famiglie 
vorrei precisare che personaggi, nomi e situazioni sono 
completamente frutto di fantasia. 
Altrettanto non si può dire, purtroppo, degli avvenimenti)





venerdì 28 luglio 2017

Numero 288 - Partiamo da un dipinto ;-) - 28 Luglio 2017


(Robert Gnievek)

Ormai sapete che questo Blog offre ospitalità ad autori ai quali piace mettersi in gioco e divertirsi con le parole.
Abbiamo già fatto diversi esperimenti di scrittura multipla che ha prodotto risultati interessanti, dove avete avuto modo di conoscere scrittori diversi tra loro nello stile e nel modo di raccontare storie.

E oggi parte una nuova storia che sarà raccontata dagli autori che usciranno prossimamente con opere personali per la Edizioni Convalle.

Alcuni già li conoscete, altri li leggerete qui per la prima volta. Avrete quindi l'opportunità di assaporare "un antipasto" relativamente alla loro bravura, abilità e passione. 

Cominciamo a presentare colui che inizierà "a giocare" 
Stefano Galardini.
Una penna davvero molto molto interessante!
Un giovane autore che pubblicherà ad inizio autunno un romanzo che non dovrete farvi scappare, da leggere assolutamente! 
Ma di questo vi terrò informati work in progress. 

Al momento godiamoci il suo incipit, basato sull'ispirazione che gli procurerà questo dipinto di un pittore americano.

Quale storia comincerà a raccontarci?
Sono curiosa!

Il bello di questo "gioco" è che lo scrittore è allo stesso tempo anche lettore, vive la creatività di dover scrivere una storia, ma vive anche l'attesa di leggere cosa scriveranno i compagni di avventura; tutto questo senza accordi, senza un canovaccio, senza quasi conoscersi!
Beh, bisogna essere davvero bravi! 

Ma del resto, come ben sapete, Edizioni Convalle pubblica solo belle opere, autori che hanno qualcosa da dire e da dare al pubblico;-) Ne avete avuto già un assaggio con le prime opere pubblicate da Febbraio ad oggi.

Quindi partiamo col capitolo 1 di una storia di cui ancora non sappiamo niente, sappiamo solo da dove parte, da quell'immagine, e sappiamo chi la scriverà.
Forza, Stefano Galardini: sorprendici!

Si comincia!


Capitolo 1
di 
Stefano Galardini


Paul fischiò. Carl e suo fratello Pete si voltarono a guardare nella direzione del suo sguardo, per riuscire a cogliere quale grazia mai avesse potuto farlo reagire così. Sam, come al solito, non staccò gli occhi dal vetro opalescente della sua pinta di birra. Era raro che interagisse con gli altri, smozzicando tutt'al più qualche mezza parola. La sua testa era sempre incastrata da qualche altra parte, a inseguire un pensiero che velava il suo sguardo, come fosse sempre impegnato a tentare di scorgere qualcosa all'orizzonte. Non era mai stato di molte parole nemmeno prima, ma un turno in Vietnam lo aveva restituito a casa a corto, oltre che di una gamba, anche di molti argomenti.
Durante la Summer of Love, il 1969, in un gruppetto di quattro persone almeno uno era certamente un hippie capellone o un reduce. Da qualsiasi parte degli Stati Uniti. Persino nel Wisconsin.
«Che c'è, chi hai visto?» fece Pete. Era il più giovane del quartetto e come suo fratello maggiore era un agricoltore. Come lo erano almeno sette persone su dieci, nel raggio di cinquecento miglia a sud-ovest di Eau Claire.
Paul sghignazzò, continuando a succhiare il fiammifero stretto tra i denti: teneva sempre un fiammifero in bocca, come memento, diceva, da quando aveva smesso di fumare sette anni prima. I capelli biondo fieno su una faccia butterata e glabra, una volta passati i quaranta, avevano cominciato a diradarglisi sulle tempie; si notava, nonostante li tenesse rasati quasi a zero. Li aveva sempre portati così.
«Guardalo, come va in fregola il ragazzo!» lo prese in giro, mantenendo quel ghigno strafottente sul viso: «Le macchine, ragazzo. Parlavo delle macchine parcheggiate qua fuori. Sembra quasi ci sia un raduno.» 
Aveva ragione. Carl guardò fuori e se ne rese conto anche lui. Riconobbe immediatamente una Pontiac Firebird 400, nuova di zecca. Nera, un contrasto perfetto con le finiture e i cerchi cromati. Una vera bellezza. Ne aveva letto un articolo di recente, nella bottega del barbiere. Il ragazzino che gli faceva da aiutante gli aveva aperto la pagina davanti agli occhi, eccitato come se fosse stato il paginone centrale di Playboy.
«Ma sentilo! Io di fica ne ho vista sicuramente più di te, Paul!» frignò il più giovane, causando un altro accesso della risata aspra di Paul. 
Si passavano cinque anni, ma Peter “Pete” Sanders aveva sempre fatto parte della cricca di Bowery Lane. La madre, sua e di Carl, era stata irremovibile, con il fratello maggiore: «O ti porti anche tuo fratello, o in giro non ci vai proprio!» 
La signora Sanders era convinta che fosse prerogativa del maggiore, prendersi cura del fratellino. Così, non senza un'iniziale reticenza, il bambino era stato accolto nel gruppo di ragazzi più grandi, la cui amicizia era cresciuta, includendolo, durante gli ultimi vent'anni. Peter non aveva però mai perso, nemmeno ora che di anni ne aveva trentasei, il carattere di chi deve costantemente dare prova di qualcosa, di sé, forse, della propria legittimità all'appartenenza. Di contro, non aveva nemmeno mai guadagnato abbastanza cervello da non stare alle prese per il culo di Paul Butler, e così la vecchia storia si ripeteva ancora, e ancora, sempre uguale, lungo tutto l'arco della loro amicizia. Erano come un cane e un gatto che vivono nello stesso appartamento: continueranno a stuzzicarsi in eterno, anche dopo  essersi abituati, e affezionati, l'uno all'altro.
«Quella cos'è? Una Cadillac?» fece Carl, per nulla interessato al loro ennesimo battibecco. Paul e Pete si voltarono all'unisono a guardare fuori, ma fu Sam a parlare per primo: «Sì, una Lowrider. Del '60 o '62.» disse, nel suo tono di voce privo di timbro, prima di tornare a riflettere sulle gocce di condensa della sua birra. Ne bevve un sorso, lentamente, come un gesto studiato e progettato a lungo.
«Sì, mi sembra» aggiunse Carl grattandosi il mento «e la Charger è del figlio degli Smith, la riconosco.»
«E la bellezza laggiù è la Oldsmobile di Casey, là al banco.» Pete fece schioccare le dita, indicando l'uomo anziano, curvo su una pinta di Stout, qualcosa di fiero in fondo allo sguardo, proteso in avanti come le sue spalle.
«E la Mustang?» Carl indicò una macchina più defilata, parcheggiata oltre l'ingresso.
«Quale?» Paul si girò di novanta gradi, cercandola con lo sguardo.
«Laggiù, quella bianca. A fianco di dove ho piazzato il mio camioncino.»
«Il nostro, camioncino.» precisò il fratello minore. Carl non lo degnò nemmeno di uno sguardo.
«Una mustang bianca decappottabile. Auto da femmina, sicuro.» disse Paul dopo averla individuata.
«Cazzate» gli rispose il maggiore dei Sanders «io me la comprerei.»
«Ma tu sei una checca, Charlotte.» Paul digrignò di nuovo i denti in una mezza risata alla sua battuta, ma Carl non era come il fratello. Aveva capito da parecchio che l'arma migliore contro Paul era una serafica indifferenza.
«Stavolta hai visto giusto, Paul.» Rosie si avvicinò al tavolo. «Un altro giro, ragazzi?»
«Sto a posto, Rosie» fece Carl «parlavi della macchina?»
Paul alzò il bicchiere pieno solo di schiuma: «Un altro giro per me, Rosie. Paga il ragazzo.» disse, strizzando l'occhio al membro più giovane del gruppo.
Mentre versava  la birra chiara dalla brocca, Rosie li informò: «Una tizia arrivata più di un'ora fa, poco prima di voi. Si è chiusa in bagno e non l'ho ancora vista uscire. In effetti forse dovrei andare a dare un'occhiata, magari si è sentita male!»
In realtà la donna non si era sentita affatto male e di lì a poco sarebbe uscita dal bagno e avrebbe sconvolto le vite di tutti e quattro gli uomini a quel tavolo. Sam, soprattutto, ne sarebbe stato colpito.

Perché lui quella donna la conosceva. La conosceva molto bene...


Capitolo 2
di
Serena Donvito



Per Sam, l'impatto con gli occhi di Leah fu devastante ma riuscì comunque a ricomporsi e a non lasciar trasparire alcuna emozione davanti ai suoi amici.

Si voltò e tornò a fissare la sua birra, come se quegli occhioni azzurri non gli avessero fatto tornare in mente la parte più felice della sua vita, come se quei capelli biondo scuro, lisci e morbidi, non gli avessero riacceso emozioni che da tempo cercava di tenere sepolte nell'angolo più remoto della sua mente e del suo cuore.

«Caspita!» esplose Paul «e quella dea da dove salta fuori! Non è di queste parti altrimenti l'avrei notata prima e sicuramente adesso farebbe parte delle mie conquiste.»

Carl rise sguaiatamente alla battuta dell'amico, ma Pete no. Pete era stato l'unico a notare la reazione di Sam alla vista della ragazza e ad aver colto l'irrigidimento delle sue mani intorno al boccale di birra alle parole di Paul.


Leah si era immobilizzata e aveva fissato Sam, sorpresa dalla sua presenza. Il cuore le era schizzato fuori dal petto per quella minuscola frazione di secondo in cui i loro sguardi si erano incontrati. Lui aveva immediatamente rivolto altrove i suoi occhi, per lei invece non era stato così facile. D'altronde era sempre stata la più debole tra i due, nonostante i fatti dimostrassero il contrario.

Leah uscì dal locale in preda alle sensazioni più tumultuose. Doveva andare via da lì, dimenticarsi di Sam una volta per tutte. Aveva avuto l'ennesima dimostrazione che lui non desiderava rivederla né tantomeno addentrarsi con lei nel buio che li circondava e che aveva attanagliato le loro vite.

Entrò nella sua Mustang bianca nuova di zecca come una furia. Era arrabbiata, ferita, distrutta e... odiava quella macchina.

Cosa le era saltato in mente quando l'aveva comprata? Veramente pensava che usare quei soldi per comprarsi una macchina nuova li avrebbe ripuliti da tutto il dolore che celavano?

Non riusciva a smettere di tremare e cominciò ad analizzare la situazione. Analizzare la situazione... proprio quello che le avrebbe suggerito di fare Leanna.

Certo, essere stata colta da uno dei suoi soliti attacchi di panico, proprio all'altezza di quel locale non poteva essere stata una coincidenza. Un segno del destino, forse?

Una mano invisibile, che conosceva il suo dolore e il suo bisogno di Sam, l'aveva guidata lì?

Non riusciva a pensare in quell'arido parcheggio, così mise in moto e si avviò verso l'unico luogo in cui si sentiva a casa.


«Ma no! La mia dea è andata via prima che potessi offrirle da bere e dichiararle il mio amore e la mia fedeltà eterni!» esclamò divertito Paul.

«Sì, certo, soprattutto la fedeltà, Paul, quella è uno dei tuoi principali pregi» rise Carl.

«Sembrava aver visto un fantasma» l'affermazione di Pete riportò il silenzio «non avete visto la sua espressione? Il suo viso ha perso colore ed è uscita da qui come se qualcosa l'avesse sconvolta.»

«Oh cavolo, Paul! Lo sapevo! Ci sei sicuramente tu di mezzo. Hai cercato di accalappiarla in qualche locale con i tuoi modi diversamente galanti e adesso non ti ricordi più di lei!» disse Carl fingendo di essere scandalizzato.

«Dal modo in cui è scappata direi che deve essere stato durante una serata in cui ho dato il meglio di me, sfoggiando il mio irresistibile repertorio…» si pavoneggiò Paul.

Paul e Carl, troppo presi dai loro futili discorsi e dalle loro risate, non si accorsero che Sam si era alzato ed era uscito dal locale.

Pete lo osservava attentamente dalla finestra, invece. 

Sam era sempre stato più serio e taciturno rispetto agli altri due, ma anche e soprattutto misterioso.

Quando qualche anno prima si era unito per caso al loro gruppetto, non aveva raccontato quasi nulla di sé e alle domande aveva sempre risposto in modo vago cercando di deviare il discorso su qualsiasi altra cosa che non riguardasse lui. 

Ora Pete ne era convinto. Sam nascondeva qualcosa.


Non ne poteva più di stare dentro al locale. Paul e Carl erano simpatici ma in quel momento era arrivato quasi a odiarli. Ma in fondo non era colpa loro. Nessuno dei suoi amici sapeva di Leah, nessuno conosceva la storia che li univa e che li aveva dolorosamente separati.

Finalmente era arrivata. Parcheggiò la macchina, scese, varcò il grande cancello e percorse il vialetto fino al punto in cui passava molte ore della sua giornata. Si inginocchiò e passò teneramente la mano sulla superficie liscia e linda della lapide di Leanna Davis.

«Ciao sorellina, sono tornata.»




Capitolo 3 
di
Floriana Naso


Non posò dei fiori né pianse. 
Spolverò la foto di sua sorella con una carezza gentile: «Non so più cosa devo fare e tu non ci sei più. Non voglio infrangere la promessa eppure sento che sto per smarrirmi, non so se avrò la forza per…» chiuse gli occhi e si raccolse in un angolo, stringendo le ginocchia al petto. Si lasciò cullare dall’odore del legno annaffiato dalla pioggia. Cipressi morti spiccavano tra i cespugli inselvatichiti dal tempo. Era un luogo abbandonato come le anime che vi abitavano; una penosa landa desolata per molti eppure, a Leah, rievocava il passato di una vita serena anche se difficile.
Leanna aveva sempre guardato il mondo a modo suo. Non c’era clemenza nei suoi gesti. Tutta disciplina e rigore. Impegno e risolutezza. Era una donna di poche parole, ma che sapeva far rispettare. Aveva dovuto imparare a cavarsela da sola già a quattordici anni, quando il destino decise di infliggerle la punizione più crudele strappandole i genitori: si schiantarono contro un camion, sulla Harding Avenue. Tuttavia non si diede per vinta e iniziò la lotta con il mondo: c’era Leah a cui badare e far crescere.
Nessuno la conosceva bene, era come un animale selvatico: scontrosa e irascibile. Solo Leah sapeva distinguere, attraverso tutti gli strati severi che si era cucita addosso, la donna amorevole, dolce, premurosa e attenta qual era sempre stata: «Io farò tutto ciò che è necessario per proteggerti» le ripeteva spesso. E l’aveva fatto, fino a quel tragico venerdì di un anno prima: «Devi promettermi che non incontrerai mai più Sam, promettimelo!» Leah l’aveva guardata piena di lacrime e, stringendole la mano, aveva promesso.
Quel ragazzo si era intromesso nelle loro vite come un ciclone tra i filari di una vigna.
Si erano conosciuti durante una manifestazione contro il Vietnam. Lui, sbilenco e taciturno, l’aveva incuriosita subito. In seguito, le sue carezze e le sue ambizioni l’avevano catturata. Da sempre ammirava la determinazione, forse perché rivedeva in lui il carattere forte di Leanna e quindi una persona a cui affidarsi. Non aveva mai ammesso a se stessa quanto fosse prioritario trovare una guida, un faro da seguire. Sam le sembrò subito la persona giusta. Si frequentarono per diversi mesi, ma quando Leah lo presentò a sua sorella, quest’ultima, da brava poliziotta qual era, la mise subito in guardia: «La tenacia di quest’uomo, mi pare più un’ossessione».
«Come puoi dirlo? Lui vuole solo un futuro migliore, nient’altro. È un crimine, per caso?»
«L’ambizione non è un crimine, quando è sana.»
«E cosa ti fa pensare che non lo sia?»
Leanna si limitò a fissarla obliqua. Le labbra, inasprite dai troppi no che avevano dovuto pronunciare, trattennero a stento le parole e si bloccarono in una smorfia contrita dalla rabbia.
Cosa aveva scoperto Leanna che lei non sapeva?
Il dubbio divenne ancora più feroce quando una sera di qualche mese dopo, Sam, si presentò da lei con trentamila dollari in contanti: «Dove li hai presi?».
«Ma come? Non sei contenta?»
«Certo e che, sai, non sono abituata a vedere tanto denaro tutto insieme. Non ti hanno licenziato, giù al ranch, vero?»
«Ma no, che dici? E poi non me la sarei mai guadagnata una liquidazione così, - si pentì subito di averlo detto e aggiunse di fretta - È l’eredità di uno zio che non ho mai conosciuto. Mi ha voluto lasciare tutto, sai, per via d-dell’incidente…»
Leah volle fidarsi e gli buttò le braccia al collo commossa: «Saranno per la nostra casa!».
Ma poi, dopo qualche settimana, Sam scomparve dalla sua vita, senza un biglietto. Una parola. Vapore dissolto nel nulla. Le rimasero solo i soldi e un mucchio di promesse in sospeso. All’inizio pensò di tenerli fino a quando non fosse ricomparso, ma poi, logorata anche dai continui litigi con Leanna, decise che un giorno li avrebbe spesi per sé.
«Alla fine ho fatto la pazzia.» Ricominciò ad accarezzare la foto di quel volto invecchiato prematuramente. Si stese sulla lapide, come volesse abbracciarla: «Sai, oggi l’ho rivisto, - parlava a voce alta, fendendo il silenzio disturbato solo dal vento - Non me l’aspettavo. Ma è bastato quel secondo per…». Un fremito la scosse e si mise seduta, con le mani abbandonate sul grembo.
«Perché il destino si è accanito con ferocia contro di noi, perché?». Ripensò a quando Leanna fu ferita da quello sconosciuto. L’aveva aspettata davanti a casa in una notte senza stelle e senza luna, di quelle il cui nero ti risucchia nelle sue profondità. Due colpi, dritti al petto.
«Scoprirò chi è stato, te lo giuro, a costo di metterci tutta la vita, ma tu devi darmi una mano, okay? Avevi detto che non mi avresti mai lasciata, che mi avresti sempre protetta… - guardò le nuvole correre a est - Sì, so che lo farai, anche da lassù.»
Si asciugò gli occhi incamminandosi verso la Mustang. Il suo incedere lento ma risoluto tradì le sue intenzioni: era giunto il momento di lottare, proprio come aveva fatto Leanna prima di lei.
Avrebbe trovato il suo posto nel mondo, ma prima doveva rispondere alle tante domande ancora in sospeso: chi aveva ucciso sua sorella e perché? Quali segreti giacevano sepolti insieme a lei, ma soprattutto: chi era veramente Sam Baker?




Capitolo 4
di
Corrado D'Angelo


«Ehi Bimba, perché tante lacrime? Adesso hai perfino una fuoriserie da sogno...»
Leah si voltò come una iena cui è stata sottratta la preda e si avventò su Sam, spuntato all’improvviso alle sue spalle da dietro un albero del viale. Lo colpì con una gragnuola di pugni, cancellandogli dal viso il ghigno beffardo che conosceva bene. Sam, sorpreso, prima indietreggiò, poi perse l’equilibrio scivolando con la stampella e cadde rovinosamente sulla schiena. Leah gli fu subito sopra urlando: «Bastardo! Tu, lurido bastardo!»
Sam il bastardo alzò istintivamente le braccia per difendersi e si abbarbicò ai polsi di Leah trascinandola sopra di sé.
«Non osare, schifoso, non toccarmi!»
Si ritrovarono avvinghiati e ansimanti, infuocati come ferri appena estratti da una fucina: poi Sam indovinò le labbra di Leah e la battaglia ebbe fine.
Si baciarono a lungo. Si baciarono per tutti i ricordi inquieti che popolavano quel posto e per tutti i mesi che si erano mancati.

Sam riaprì gli occhi all’imbrunire. Si rese conto di essere coricato, nudo, nel letto di Leah, avevano fatto l’amore come ai vecchi tempi e lei gli stava sicuramente preparando qualcosa di buono. Affacciandosi in cucina, vide sul tavolo del tè fumante  e i suoi biscotti preferiti; Leah lo invitò a sedersi con un grazioso gesto della mano e lui eseguì immediatamente, quasi incredulo per la ritrovata armonia.
Scelse un biscotto, lo immerse per metà nel tè bollente, stava per portarlo alla bocca quando Leah sibilò:
«E tu come diavolo sapevi del cimitero?»
I secondi di silenzio che seguirono furono rotti dal plaf della metà del biscotto che, oramai troppo imbevuta, precipitò nella tazza provocando un piccolo maremoto.
Bene, la tregua è finita, pensò Sam.
«Quel posto lo conosco bene almeno quanto te, Bimba, e lo frequento per il tuo stesso motivo».
«Tu non c’entri niente con noi, Sam! Cosa vuoi saperne tu, di me  e Leanna, del rapporto fra due sorelle senza più genitori? E se casomai non te ne fossi accorto, lei ti ha odiato fin dal primo momento!»
«Io invece l’amavo, tanto...»
Stavolta il silenzio si fece greve e Sam decise di andare fino in fondo.
«Tu all’epoca eri poco più di una bambina. Non starò a raccontarti che donna meravigliosa fosse Leanna e di come tutto filasse liscio fra noi, fino al giorno della morte dei tuoi. Lì si ruppe qualcosa e lei cominciò ad allontanarmi, a sostituirmi con l’amore e l’attenzione per te. Io non la presi per niente bene e non ce le mandammo a dire, fino a quando decisi che fosse meglio partire per il Vietnam. Tanto valeva farsi massacrare dai musi gialli piuttosto che dalla donna che amavo. Il resto della storia, credo che tu lo conosca...».
Leah era allibita. «Ma perché non me l’hai detto subito? Io avrei capito...»
«Capito cosa, Leah? Che mentre ero un uomo tutto intero ho amato tua sorella e quando sono tornato da storpio ho dedicato a te le mie attenzioni? Se ti avessi detto la verità, che Leanna aveva deciso di seppellire il nostro amore per dedicarsi solo a te, non mi avresti creduto e avresti incolpato me».
«Non è vero, sei tu che sei scappato un’altra volta! Solo che invece di arrivare in Vietnam, hai preferito fermarti in uno schifoso abbeveratoio lungo la statale a gonfiarti di birra. Ma io ti amo!»
Sam alzò lo sguardo che fino ad allora aveva tenuto basso:
«Anch’io ti amo, quant’è vero Iddio! Non sai, non puoi sapere quanto è stato difficile sopportare gli sguardi e le parole della gente di qua, di quelli che mi hanno  visto tornare senza una gamba eppure riuscire a rifarmi una vita e avere ancora amore, da dare e ricevere. Ma di loro non mi importa proprio niente. Però la diffidenza di Leanna, i suoi sguardi di rimprovero quando venivo a prenderti, l’impressione di portar  via qualcosa che non mi apparteneva...  È  vero, sono scappato un’altra volta, ma ora sono qua».

Le loro dita si sfiorarono, poi si incrociarono davanti al mucchietto di biscotti rimasto quasi intatto: la ferita della fuga era ancora carne viva e ci sarebbe voluto molto tempo per sanarla, ma la strada era aperta.




Capitolo 5
di
Maria Rita Sanna



La strada sterrata divideva in due l'immenso campo di grano, pronto per il raccolto. Il ragazzo tagliava alcuni steli per tastarne la maturazione, volgendo lo sguardo ammirato verso quel mare giallo in contrasto col cielo azzurro. Una voce femminile lo distraeva dai suoi pensieri.
«Pete! Pete, vieni qui da me. Ti devo parlare.»
Pete abbagliato dal sole guardava verso la donna, era giovane dai lineamenti severi in viso. Protendeva le braccia verso di lui. Gli sorrideva voltandosi improvvisamente, ma cominciava a scappare.
Il ragazzo, oltre che dal sole, era accecato dalla bellezza della ragazza dai lunghi capelli che le ondeggiavano sulla schiena mentre correva; voleva afferrarla, mentre le domandava come si chiamasse, ma quando le si avvicinava, la perdeva: era evanescente.
Finiva la strada, finiva anche il campo coltivato, solo un alto muro davanti; il cielo si faceva plumbeo, quasi buio, una forte pioggia sorprendeva Pete. Non vedeva più la donna e nemmeno rispondeva ai suoi richiami. Un lampo, e la scorgeva poco distante col viso bianco; quelli che seguivano però non erano tuoni, ma due esplosioni di pistola, consecutivi e uguali. Spaventato e fradicio si avvicinava alla donna, vedendola accasciarsi col petto lacerato, gli occhi in un disperato grido di aiuto.

«Nooo!»
Pete si svegliò di soprassalto, madido di sudore. Il sogno appena fatto lo aveva sconvolto ma, anche se con fatica, rimase comunque di buon umore. La ragazza del sogno gli ricordava qualcun'altra, ma non sapeva chi. Forse tutte le storie di donne della sera prima... «Certo!» si disse  «La ragazza della Mustang bianca! Sarà un caso ma la ragazza del sogno le assomiglia; potrebbe essere la mia nuova fiamma e io la troverò!»
«Ehi, Carl, stamattina vado in città col nostro furgoncino, così sbrigo qualche faccenda anche per te.» Pete si preparò un panino per colazione fischiettando il motivo della radio, Strangers in the night.
«Ok, Pete, questa è la lista di ciò che mi occorre; stai attento col nostro mezzo e non fermarti con la fighetta di turno, che oggi mi sembri fringuello.»
Con la bocca impegnata a morsicare il panino, Pete rispose solo con il dito medio della mano libera.
Quella mattina voleva fare una piccola ricerca e capire se la donna dei suoi sogni esistesse davvero. Inoltre era curioso di sapere dove fosse finito Sam, scappato via anzitempo la sera prima, come se avesse visto un fantasma.
Con Paul giocò a fare lo scemo, ma ora il gioco si faceva serio e certi atteggiamenti non gli sfuggivano. Strangers in the night...




Capitolo 6
di
Tania Mignani

Leah si aggirava tra le strette corsie del minimarket gettando nel carrello barattoli e pacchetti a caso, senza curarsi di ciò che stava acquistando. Aveva deciso di stabilirsi nella vecchia casa appartenuta alla sua famiglia ed era necessario riempire la dispensa e il frigorifero per non dovere scendere in città ogni giorno.
La sua mente era monopolizzata dal pensiero delle ultime ventiquattro ore, da tutto ciò che le era accaduto in quel ristretto arco di tempo: il suo ritorno in città, l’incontro con Sam, la notte trascorsa insieme e l’inevitabile, quasi spietato risveglio. D’altra parte cosa avrebbe potuto aspettarsi da Sam? Che cadesse ai suoi piedi chiedendole perdono per averla abbandonata? “Ingenua” si rimproverò “Ingenua e stupida! Si è fatto solo una bella scopata e se ne è andato… di nuovo!”.
«Sono sessantacinque e trenta» le comunicò la svogliata cassiera continuando a masticare ritmicamente il chewing gum. Pagò e carica di pacchi uscì dal negozio.

Pete aveva appena parcheggiato il furgone quando notò la Mustang bianca davanti all’ingresso del piccolo supermercato dove lavorava Mary Jane. Soddisfatto, attraversò la strada sperando di non essere visto dalla cassiera che precipitò immediatamente agli ultimi posti della sua personalissima classifica di donne con le quali trascorrere le ore successive. Inutile specificare che Leah e la sua Mustang erano al primo posto.
«Ehi, posso aiutarti a caricare la spesa in macchina, se vuoi.»
«Ti ringrazio del pensiero, ma posso farcela benissimo da sola» rispose infastidita Leah, sperando che il tizio fosse abbastanza sveglio da capire che con lei non c’era storia e se ne andasse.
«Già, si vede che te la cavi bene. L’ho capito subito che eri una tipa in gamba quando ti ho visto, ieri sera, andartene dal bar di Rosie, al volante di questo gioiellino.»
Evidentemente non era abbastanza sveglio. Poi ricordò di averlo visto, la sera precedente, in compagnia di Sam e decise di dargli corda.
«Hai ragione, lei fa colpo su tutti.»
«Oh, non solo lei, credimi…»
«Dici?» sorrise maliziosamente Leah.
Pete, quasi incredulo alla “capitolazione” di Leah dopo l’approccio poco promettente, decise di rilanciare.
“Senti, che ne dici di un caffè? C’è un posto carino dietro l’angolo…»
«Perché no? È l’ora giusta per un buon caffè.»
Mentre si incamminavano verso il bar, Leah porse alcune domande al ragazzo, il quale rispose quasi a monosillabi continuando a guardare la strada davanti a sé.
“Ma quanto sono strani gli uomini? – pensò tra sé Leah – prima fanno i galletti e, non appena dai loro corda diventano improvvisamente timidi e schivi, ma decisamente più simpatici”.
Arrivati davanti alla porta del bar Leah si irrigidì notando nel parcheggio l’auto di Sam. L’idea che lui la vedesse insieme al suo amico la solleticò sperando di farlo ingelosire.
I due entrarono e presero posto a un tavolo vicino alla finestra, ordinarono due caffè e due fette di torta di mele e chiacchierarono rilassati godendo della reciproca compagnia. Tranne loro due il locale era vuoto e Leah si chiedeva incuriosita dove fosse Sam. La cameriera stava servendo la seconda tazza di caffè, quando vide Pete sollevare lo sguardo e salutare qualcuno alle sue spalle. Si girò lentamente, Sam era appena uscito da una porta che dava sul retro del locale in compagnia di uno sconosciuto. Era decisamente preoccupato, salutò distrattamente Pete e per un brevissimo istante il suo sguardo incrociò quello di Leah, un velo di delusione attraversò gli occhi dell’uomo e lei abbassò i propri quasi imbarazzata. Quando li rialzò Sam stava già partendo a bordo della sua auto.
Leah, fingendo che nulla fosse accaduto, continuò a parlare con Pete ma un senso di angoscia si stava di nuovo impadronendo di lei.
«Pete, ti ringrazio molto per il caffè e per la piacevole compagnia, ma ora si è fatto tardi e devo scappare.»
«Hai ragione, Leah, anche per me è già tardi. Sono stato così bene con te che il tempo è volato…»
«Sì, è vero… Ci vediamo» Si alzò in fretta, afferrò la borsa e quasi correndo si precipitò fuori dal bar.

Ancora una volta quasi le mancava il respiro. Salì in fretta sulla sua auto e se ne andò, cercando di raggiungere il prima possibile la solita destinazione, l’unico luogo in cui sarebbe riuscita a ricomporre con calma il turbinio di pensieri che la stava assalendo: la tomba di Leanna.



CAPITOLO   7
di
Chiara Pilat


Le mani contratte sul volante, i finestrini spalancati e gli occhi fissi sulla strada, Sam condusse la sua auto fuori città. Si sentiva preda di una forte agitazione e l’incontro seppur breve con Leah aveva aggiunto altra amarezza a quella che già sentiva dentro di sé. Aveva sbagliato tutto nella vita ma, per un momento, aveva creduto di essere riuscito a fare qualcosa di buono; ma anche lì era caduto in errore, e parecchio. Staccò una mano dal volante e se la passò sulla bocca con un gesto stanco, avvertendo il pizzicore della barba, mentre il suono di una sirena della polizia lo raggiungeva.  
Imprecando, lanciò un’occhiata allo specchietto retrovisore e notò immediatamente l’auto del vice sceriffo con i lampeggianti accesi che lo seguiva a poca distanza. Il sudore freddo iniziò a imperlargli la fronte mentre il cuore accelerava i battiti.
«Stai calmo», si disse deglutendo e portando la propria vettura a bordo strada, «sarà solo un controllo di routine.»
Tenne le braccia sul volante e rimase a osservare l’uomo che fermava la propria auto dietro la sua e scendeva con calma. Quando il vento caldo e umido lo raggiunse portò l’odore della colonia economica usata dal vice sceriffo fino al naso di Sam che si costrinse a un lieve sorriso mentre la gamba amputata mandava piccole fitte. A volte, quando era agitato, gli pareva perfino di sentire ancora le dita dei piedi muoversi, anche se non le aveva più da diverso tempo.
«Ha un faro posteriore bruciato, lo sa?» Domandò l’uomo indicando il retro del mezzo e sistemandosi meglio il cappello in testa.
Un istantaneo sollievo lo pervase e dovette sforzarsi per non renderlo troppo manifesto.
«Non lo sapevo, vado subito a cambiarlo. Grazie, vice sceriffo.»
L’uomo annuì appena e dopo un cenno di saluto se ne tornò sui propri passi, parlando brevemente nella ricetrasmittente appesa al petto, risalendo in auto e rimettendosi in strada. Sam rimase ancora qualche momento immobile con le mani strette sul volante nel tentativo di frenare la corsa del suo cuore, poi allentò la presa e si rilassò contro il sedile lasciando scorrere lo sguardo sugli alberi che fiancheggiavano la strada. 
Si massaggiò in un gesto ormai abituale la coscia sinistra e poi socchiuse le palpebre ripensando agli ultimi avvenimenti. Era impegnato a foraggiare i cavalli del vecchio Jacob quando si era sentito chiamare da una voce familiare e voltandosi si era ritrovato davanti qualcuno che, sinceramente, avrebbe preferito non rivedere. «Non sembri cavartela tanto male», gli aveva detto l’uomo, gettando un mozzicone di sigaretta in terra e schiacciandolo con la suola delle scarpe. «Questa vita semplice, in mezzo alla natura, deve certo essere salutare.»
Sam lo aveva guardato torvo, posando il forcone contro la parete della stalla e pulendosi le mani sui jeans.
«Che sei venuto a fare, Lucas?»
Lucas si era stretto nelle spalle e si era guardato in giro ficcandosi le mani nelle tasche dei pantaloni chiari. «Dobbiamo fare due chiacchiere. Ci sono novità.»
«Non mi piacciono le novità, lo sai.»
«Neanche a me» aveva risposto Lucas, incrociando per la prima volta lo sguardo di Sam. «Ti offro un caffè. C’è qualche luogo tranquillo in cui parlare?»
Sam aveva esitato. Non voleva avere più nulla a che fare con quell’uomo e credeva che dopo ciò che era successo le loro strade si fossero separate per sempre. Invece era lì, proprio davanti a lui, e certamente non avrebbe portato buone notizie.
«D’accordo, tanto qui ho finito, andiamo.»
Lo aveva portato a un locale poco frequentato e dopo essersi presi una tazza di caffè e avere parlato del più e del meno, si erano ritirati nella sala del biliardo con la scusa di fare una partita. Lucas si era acceso una sigaretta e l’aveva tenuta penzolante in un angolo della bocca. 
«Hanno beccato Josh» aveva detto a bassa voce tra il suono secco delle palline che si scontravano sul tavolo verde.
Quelle parole avevano colpito Sam come delle fucilate e Lucas aveva continuato a parlare spedendo un’altra palla in buca.
«Era in un bar, ubriaco fradicio, e si è vantato di aver preso parte a quella rapina alla gioielleria. Qualcuno lo avrà raccontato agli sbirri e lo hanno messo dietro le sbarre.»
Impallidendo visibilmente, Sam aveva fissato lo sguardo sul tavolo verde.
«Ha raccontato qualcosa? Ha fatto dei nomi?»
«Per ora no, ma temo che se le cose si metteranno male vuoterà il sacco.»
Non sapendo cosa dire, Sam si era limitato ad annuire, mentre l’ansia gli serrava lo stomaco e Lucas, posata l’asta sul biliardo, prendeva la sigaretta tra due dita e la osservava ardere lentamente prima di spegnerla su un posacenere sistemato su un tavolino poco distante.
«Non so tu, ma io credo che lascerò il Paese per un po’. Laura ha dei parenti in Canada che ci daranno una mano a sistemarci.»
Si erano lasciati senza salutarsi e anche se la vista di Leah in compagnia di Pete l’aveva infastidito, si era fiondato in auto senza guardarsi indietro, troppo scosso dalla notizia appena ricevuta per riuscire a pensare ad altro.
Lo spostamento d’aria provocato dal passaggio di un furgone lo riscosse dai suoi pensieri  riportandolo bruscamente al presente. Riavviò il motore e senza nemmeno guardare nello specchietto retrovisore, si infilò in strada, pigiando con l’unica gamba sana sull’acceleratore.
L’impatto con un secondo veicolo fu immediato. Sam sbattè la testa con forza contro il volante e l’ultima cosa che sentì prima che il mondo attorno a lui si oscurasse fu un lancinante stridio di gomme sull’asfalto.



Capitolo 8
di
Stefano Galardini


Nel piccolo ospedale della contea di Eau Claire non c'era un televisore, nemmeno uno in tutta la struttura. A disposizione dei degenti  solo la radio, una in quasi tutte le stanze. Nella corsia del pronto soccorso, però, l'unica radio a disposizione era nella sala infermieri, e Sam riuscì a sentire il notiziario solo a distanza, parole come bolle che scoppiavano lontano da lui. La testa gli faceva male. Non gli avevano dato morfina, nessun analgesico. L'unica cosa buona del Vietnam era che appena ti sbucciavi una pellicina, bang, monodose di morfina, e potevi scordarti di stare ficcato a testa in giù nel culo dell'inferno, per un paio d'ore. Aveva smesso quando avevano iniziato a bombardarlo sul serio, a Saigon, per via della gamba. Giorni passati a vomitare l'anima per il dolore, gli analgesici, le infezioni che facevano a gara per portarselo via.
Ora però ne aveva sinceramente voglia, una voglia matta. Dodici ore di osservazione e poi a casa. A casa, a cercare di capire cosa fare del rottame della sua DeSoto. Che già un rottame lo era, ma almeno camminava. 
Accese una sigaretta che trovò nel pacchetto dentro i pantaloni, piegati sulla sedia accanto al letto. La gamba pizzicava. Come se captasse un segnale. Sam non poteva sentirlo, ma  la radio stava trasmettendo la notizia che il suo vecchio complice della rapina, Josh, era stato accoltellato in cella. La radio non lo sapeva ancora, ma anche Lucas ormai, era passato nel mondo dei più. La sua auto, diretta verso il Canada, era stata speronata dallo stesso pickup che aveva mandato lui all'ospedale, uccidendo Lucas e Laura sul colpo.
Sam era stato più fortunato. 
Ma non aveva comprato molto tempo alla fortuna: una figura alta, allampanata, fece il suo ingresso nella stanza, una specie di sgabuzzino riadattato a camera d'ospedale. Alto, profondamente stempiato, un paio di occhi cattivi di cui a malapena si riusciva a distinguere il bianco della sclera. Occhi da rettile, un varano che sorride, cattivo.
«Tu!» Sam lo guardò con la bocca semiaperta, la sigaretta che gli ardeva tra le labbra. «Tu dovresti essere in prigione!» L'uomo fece un inchino. Non aveva fretta. La calibro 22 con silenziatore che teneva tra le mani gli regalava tutto il tempo che desiderava per parlare, per raccontarsi.
«Quando tu e gli altri mi avete lasciato indietro, dopo la rapina, ci sono rimasto male, sai? Eppure eccomi qua, non c'è voluto molto per evadere. Quante cose si possono fare con una mazzetta e il furgone della lavanderia! Aprono tutte le porte, anche quelle di un carcere.» Il varano rise.
«William, non ti abbiamo lasciato indietro. Sei tu che ti sei messo a giocare a Billy the Kid con gli sbirri, quando dovevamo soltanto scappare. E dopo che avevi ammazzato quel povero cristo alla banca!».
William sorrise: «E non è stato mica l'unico, sai? Mi ci è voluto quasi un anno per preparare la fossa a voi tre; Josh l'ho fatto arrestare, prima. È sempre stato quello di voi che ho odiato di più. Ho fatto io, la soffiata, dopo avergli piantato in casa la pistola con cui avevo ucciso quell'impiegato di banca. Era un tale fanfarone che il giudice non ci ha pensato due volte a condannarlo. L'ha fatto fuori un mio vecchio compagno di cella, mi doveva un favore. Ho cercato di farti fare la stessa fine di Lucas, con la macchina, ma non è bastato. Hai sempre avuto una tempra d'acciaio, tu.» E detto questo sollevò l'arma, puntandola alla testa di Sam.
«E pensare,» aggiunse «che tutto è iniziato quando un anno fa volevo riprendermi i soldi e ho sbagliato seccando la tua vecchia fiamma invece che quella nuova, la sorella, a cui avevi dato la tua fetta del bottino!»
Sam sgranò gli occhi: «Allora sei stato tu che...» ma non finì la frase. Il proiettile di William fu un soffio d'aria che gli si piantò in un occhio, schizzando di sangue e cervella la parete dietro di lui. La sigaretta gli cadde di bocca e lui si accasciò, senza un lamento, sul fianco.

Nello stesso momento, Leah si bloccò, come impietrita da un fulmine di fronte alla lapide di sua sorella. Qualcosa non tornava, c'era qualcosa di diverso. Percepiva la stranezza ancora prima di trovarla; troppe volte aveva guardato quella lastra di marmo, la conosceva troppo bene per non notare subito che qualcosa non andava: qualcuno aveva staccato alcune lettere  del nome di Leanna, lasciandone soltanto tre. Come a correggere un errore, o, pensiero ancor più spaventoso, a esprimere una esplicita dichiarazione di intenti. Le lettere rimaste erano quelle che aveva sempre condiviso con   sua sorella, fin da piccola, e recitavano LEA.

continua