Dipende da dove vuoi andare

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venerdì 30 giugno 2017

Numero 286 - Haiku culinari ;-) perché anche il cibo è poesia - 30 Giugno 2017




HAIKU CULINARI
di
Marilena Mascarello

 (la poetessa si sta scaldando :-D)



Legna che arde nel camino,
morbide castagne
 - profumo d'autunno.




Piccole gemme morbide,
tu curva in cucina.
 - Gnocchi caldi sul tavolo.




Mela rossa nel cesto.
polpa succosa.
Io e te allegri.



Gemme sui rami
saranno polpose susine
 - è primavera -



 Profumi nel mio orto
verde il basilico
 - allegria -



 Odore di salsa nell'aria,
ceppi accesi
 - famiglia.



 Intima complicità
tra le lenzuola
 - semi d'anguria.



Rosso ciliegia
una goccia sulle labbra
 - passione.



 Sfrigolio di olio bollente
frittelle
dolcezza nel cuore.



Entro in cucina
domenica mattina
 - sugo d'arrosto.



Fragole odorose
rosso vivo il cesto
- amore puro-



Un rivolo di fumo -
minestra di zucca
cucini per noi.



Odore di castagne.
Calore
nella sera d'inverno.



 Cuori di cioccolata
briciole tra le dita
- ti amo -



Colazione d'estate.
Miele d'acacia
goccia su labbra golose




Fili biondi
non sono i tuoi capelli,
tagliatelle fumanti.




 Tartufo inebriante
calice rosso
e poi l'amore.









martedì 27 giugno 2017

Numero 285 - Una vita sfigata - 27 Giugno 2017


VITA  SFIGATA
di
Daniela Perego

Venni al mondo, non so esattamente quando, ma anch’io nacqui ed ebbi, ovviamente, un padre e una madre naturale, dei quali non conosco l’esistenza. Anche la data di nascita è incerta, come il luogo in cui si udì il mio primo vagito.

Sfigato dalla nascita. 
Mi trovarono sui gradini di una chiesa. Abbandonato, come da copione, in una notte gelida; avvolto in una coperta logora, solo con una piccola salvietta al posto del  pannolino e una cuffietta lavorata all’uncinetto.
L’orfanotrofio è stato la mia casa fino a quando la madre superiora, in combutta con il parroco della Chiesa di St.Patrick, mi spedì in seminario. Inutile dire che tanto feci, che mi espulsero nel giro di due mesi: ma vi pare possibile studiare tutto il giorno, pregare in latino e farsi venire i calli alle ginocchia per le ore passate in chiesa a meditare o ascoltare la messa?

Fui affidato alla famiglia Carter all’età di 14 anni. Rose e Nick avevano un figlio di un anno più grande di me, un tipo dai modi effeminati, sempre con il naso nei libri; si isolava nella sua camera a scrivere, riempiendo quaderni di poesie o brevi racconti. Una volta riuscii a prendere dal suo scrittoio un foglio con l’inchiostro ancora fresco. Solo qualche pensiero o forse una traccia di poesia: «I nostri corpi abbandonati all’oblio dei sensi, attimi rubati al mondo crudele, che nega il nostro amore…» e altre parole che non feci in tempo a leggere. 

Mi restava l’ultimo anno di liceo; Nick si era premurato di trovarmi un posto da impiegato nella stessa azienda in cui lavorava come dirigente, dopo una lunga scalata partita dalla qualifica di commesso. Secondo lui dovevo ritenermi fortunato a cominciare come impiegato... E questo grazie agli studi: non sono mai stato un bravo alunno, le note e i richiami dei professori erano quasi all’ordine del giorno.
«Prendi esempio da tuo fratello!» mi ripeteva Rose, mentre Nick era sempre pronto con la cinghia per punirmi.
Decisi che sarei scappato: dal liceo, da Rose e Nick e da quella vita schifa che mi aspettava dietro una scrivania. 
Non mi serviva sapere. A me bastava conoscere posti e gente nuova, volevo vedere il mondo e lo avrei fatto pagandomi gli spostamenti con qualche lavoretto qua e là.
La mia vita era altrove.

Pensai di raggiungere mio fratello per avere la possibilità di vivere qualche mese a scrocco nella villa in cui  abitava con il Professore Parker, scrittore di fama mondiale; ufficialmente era il suo maestro nell’arte dello scrivere,  lo avrebbe portato alla fama... a sentire i miei genitori; secondo me, invece, era solamente una via di fuga e di facciata dalla realtà di una coppia di fidanzati, sorpresi più di una volta dal sottoscritto in atteggiamenti equivoci, a dir poco “strani”, con conseguente crisi di mal di testa da parte del signorino Paul, mio fratello.
Detto fra noi, ho sempre ritenuto mio fratello poco dotato. Molto riservato, si chiudeva sempre in bagno a chiave, socializzava poco e solo con i ragazzi; era  evasivo nei discorsi sul sesso. Insomma credo proprio che non si sia scopato nemmeno una ragazza.
No, non era proprio il caso di andare da Paul. Con tutto che, magari, mi sarei ritrovato a doverlo consolare nei momenti di crisi; non da meno in una casa di letterati mi sarebbe toccato leggere, o addirittura acculturarmi!. Libri, parole… Vade retro, Satana!
Volevo viverla, la vita, mica leggerla…

Basta, era ora di partire. Valigia pronta, notte fonda e liceo quasi deserto per le vacanze natalizie.
Non sapevo che l’avventura mi sarebbe stata servita su un piatto d’argento.
Ma lasciate che vi racconti i fatti.


Mi avviai con la piccola valigia alla fermata della corriera per Pittsburg. Stringevo il bavero del cappotto per ripararmi dall’aria gelida che sferzava Chicago in quel momento, pensando al calore del termosifone della mia stanzetta al College. Attraversai Lake Park, oltre il quale avrei raggiunto la stazione degli autobus: mi piaceva viaggiare su quei grandi pullman color argento dalle strisce laterali blu e rosse con la scritta American Line, sedili comodi e riscaldamento al massimo.  
Il caldo non fu l’unico piacere del quale ho goduto durante il viaggio in  questi vagoni su ruote, non so se mi spiego... Ricordo che aveva i capelli rossi come il fuoco e due seni prosperosi bianco latte con capezzoli turgidi sotto la maglietta bagnata dalla pioggia d’aprile. Passammo un’ora indimenticabile nel granaio della stazione di servizio in cui la corriera fece sosta.

Ma torniamo a  noi. Alla fermata fui avvicinato da una signora sulla quarantina, impellicciata, capelli biondo platino e mani curate con unghie laccate di rosso della stessa tonalità del rossetto; stringeva una piccola borsetta di coccodrillo nera e trasportava a fatica una pesante valigia di cuoio con cinghie in pelle e grandi fibbie lucide. Anche lei era diretta a Pittsburg. Sedemmo vicini e dopo qualche battuta di cortesia mi immersi nella lettura... Mica di un libro, solo di un volantino di propaganda elettorale, infatti passai in breve tempo a un sonno profondo. Fu l’ultima volta che riuscii a dormire così bene. 
Il risveglio fu tragico e violento: Miss Gloria Lee era morta. Un piccolo rivolo di sangue usciva dalla bocca, e gli occhi di un celeste acquoso erano spalancati, seppure impossibilitati a vedere.
Un cadavere proprio al mio fianco… Una bella sfiga. L’assurdo era che  non mi potevo muovere di un centimetro, nell’attesa che la Polizia, giunta nel giro di mezz’ora dalla città più vicina, espletasse tutte le formalità del caso: la fotografarono, esaminarono sommariamente il cadavere procedendo alla rimozione di quella che, poche ore prima, poteva essere un’altra esperienza da raccontare agli amici, a ricordo del viaggio. Non era messa male a carrozzeria e pareva una a cui piacevano i giovanotti.
Ovviamente fui interrogato ma, vista la difficoltà con cui venni svegliato, le indagini si diressero in un’altra direzione. Almeno per qualche ora.
Si fece buio presto e tutti i passeggeri, più l’autista, si stavano riposando e rifocillando nell’unico bar disponibile nel raggio di parecchi chilometri gestito dai  proprietari della pompa di benzina Gulf, una coppia oversize totalmente incapace e impreparata a ricevere una cinquantina di persone contemporaneamente.

Poco prima di mezzanotte avvenne la scoperta che mi avrebbe coinvolto nell’intera vicenda, portandomi poi a passare un pezzo della mia vita in questo buco di posto, in culo al mondo, dal quale, se sarò fortunato, me ne andrò il mese prossimo.
La valigia di Miss Gloria conteneva il corpo di un uomo, anch’egli sulla quarantina, ovviamente morto e completamente nudo. Nessun segno apparente di violenza, ma non vi erano dubbi che fosse stato assassinato.
Le mie impronte sulla valigia parlavano di complicità, più il fatto dell’essere seduto vicino alla “mia amante” (magari ne avessi approfittato, invece di dormire!), come più volte ribadito dal sergente Smith, non lasciavano dubbi: avevo ucciso il povero marito di Miss Gloria e poi assassinato lei sull’autobus. 
Il tempo, molto tempo, ha dato ragione al mio avvocato che, seppure d’ufficio, si è impegnato a dimostrare la mia innocenza e pare che l’epilogo si avrà tra circa un mese, alla prossima udienza.  
E' stato dimostrato che fu Gloria a uccidere il marito, con una dose massiccia di veleno per topi; poi con l’aiuto dell’amante vero, il portiere del suo palazzo, ha ficcato il corpo inanime nella valigia. L’intenzione era quella di riportare il marito a casa della madre, lasciando la valigia all’ingresso dell’abitazione come un pacco reso non essendo risultato idoneo alla richiesta. Lei ebbe la punizione divina per mezzo di un ictus che la colpì durante il viaggio. 
Proprio vicino a me doveva sedersi?

Se tutto questo finirà e mio fratello Paul  verrà a prendermi il giorno che uscirò di galera per accompagnarmi dai nostri vecchi, regalerò questa vicenda alla sua penna e non aiuterò mai più una donna a portare alcun bagaglio. 
Fosse solo una piccola sporta della spesa.





mercoledì 21 giugno 2017

Numero 284 - Il coraggio di Veronica - 21 Giugno 2017


Ho conosciuto Veronica poco dopo aver fondato la 
Edizioni Convalle.
Ricordo che mi arrivò questo romanzo,
"Il canto dell'allodola" 
e cominciai a leggerlo con molta attenzione, 
perfettamente inserita nel ruolo di editore alla ricerca di 
belle opere.

Leggevo leggevo leggevo 
e intanto pensavo a quanto fosse brava questa autrice che era arrivata a me per vie traverse: 
non la conoscevo, non sapevo chi fosse.

Però il suo romanzo parlava per lei.

Una storia alla quale mi sono avvicinata con un leggero moto di apprensione, perché il tema trattato non è dei più "facili". Avevo paura che la narrazione potesse cadere in particolari scabrosi e ancora più dolorosi quando le vittime sono i bambini.

E invece ho trovato un testo che affronta l'argomento con una delicatezza nella quale mi sono riconosciuta. Ho pensato a quanto fosse abile l'autrice a metterci davanti agli occhi una di quelle storie che non vorremmo sentire mai, in modo così rispettoso, sia per la vittima di cui si narra, sia per il lettore che legge quella storia.

Nonostante questo, l'incipit è bello forte. 
Veronica non ha paura a farti capire subito, lettore, l'argomento intorno al quale verte il romanzo. 
E lo fa senza mezzi termini.
Con coraggio, denuncia questa grave ferita della società. Come a volerci dare subito un bello strattone:
"Ehi, lettore, queste cose accadono!"
Ma poi, dopo aver preso tutta la nostra attenzione, ci prende per mano e ci accompagna dentro la storia di una famiglia come tante e... e basta. Non sono qui per farvi il riassunto;-) Leggetelo e poi mi direte.

Tornando al nostro primo incontro, in un bel pomeriggio di sole di fine inverno, Veronica ed io ci siamo scelte:
io ho scelto lei come autrice della Edizioni Convalle e lei ha scelto me come suo editore, nonostante fossi solo ai primi passi.

Questa si chiama fiducia;-)

"Il canto dell'allodola" è un romanzo che va letto e fatto nostro
perché come dice l'autrice...

I BAMBINI NON SI TOCCANO
e tutti siamo chiamati a vigilare.
Nessuno escluso.



Solo nel settembre 2012 il reati di pedofilia  è stato  introdotto nel codice penale italiano.
Le pene previste restano comunque molto lievi.

domenica 18 giugno 2017

Numero 283 - Alla ricerca del tempo perduto... 18 Giugno 2017


Come si misura la cultura?

Vediamo, analizziamo, prendiamo un metro e misuriamo quello che sappiamo.

La cultura è sapere da dove nascono le parole, latino e greco, tomi e tomi scritti dai capostipiti? 
Risiede, forse, nell’aver studiato, letto fino a consumarsi gli occhi, essere entrati in mondi del passato?

Oppure la cultura è la vita stessa che affrontiamo ogni giorno?

Ho fatto solo il liceo scientifico e sono stata pure rimandata ;-) nell’ordine: in ginnastica, poi in matematica, persino in inglese: 
oh my God, che schiappa!

Però mi piaceva la filosofia, l’italiano così così, ma perché la professoressa non mi ha fatto appassionare alla materia. 
Ero timida e un po’ schiva, e lei voleva studenti che alzassero la mano ad ogni suo starnuto.

Ho letto tanto e di tutto. Ma non abbastanza. 
Per sapere, per conoscere. 
Forse è proprio vero che più si sa e più si sa di non sapere.
Guardo i libri, le grandi opere e mi dico 
“cavoli, questo non l’ho letto, questo mi manca: mi basterà una vita intera per colmare lacune su lacune?”

Lacune, le lacune intellettuali, contano più di quelle dettate dall’ignoranza di un’umanità che ignora l’altro
Ignorare l’altro, no, questo mi manca. 
L’altro non lo ignoro, anzi, lo guardo, lo osservo, lo studio… lo amo.
Cerco di capire.


Ma non dimentico che su un mobile di casa mia ho in bellavista 
“Alla ricerca del tempo perduto”. 

E il tempo perduto sarà mio, prima o poi.
Magari, 
chissà...
in una casa di fronte al mare.




venerdì 16 giugno 2017

Numero 282 - The plague doctor - 15 Giugno 2017


The Plague Doctor
di
Claudia Funiciello
(Acar Edizioni)

Come si fa a recensire un thriller?
Non si può.
Bisogna leggerlo e basta.

Anche perché "The Plague Doctor" è un romanzo che entra fin dalla prima pagina nella storia, senza tanti preamboli: come piace a me.

Quindi
primo comandamento:
non spoilerare.
Questo termine, che ho conosciuto pochi mesi fa :-O, si collega al linguaggio giovanile e mi fa subito fare un collegamento col romanzo 
dove
la protagonista
Carmen Pampagnin
è una giovane professoressa.
Una pioniera di metodi moderni che, nonostante il borbottio di alcuni colleghi, riesce a interagire con una classe difficile.
Ma poi:
esistono ragazzi difficili?
Oppure i ragazzi di oggi hanno solo bisogno di una guida che li capisca e indichi loro la strada con fermezza, ma non dimenticando una parolina importante: empatia?

Prima riflessione che suggerisce il romanzo.

Quindi:
una prof
una classe.

E una cittadina della Brianza.
Beh, devo dire che essendo io a Monza da più di vent'anni, ho ritrovato con piacere nel romanzo luoghi e riferimenti della cittadina in cui vivo.

Go on.

Whats app - Facebook - i social.
Altri protagonisti del romanzo.
Riferimento ai tempi di oggi, a questa comunicazione che può salvarti la vita, ma può metterti anche in grande pericolo.
Insomma: un amplificatore di un campione d'umanità dove il Bene e il Male vivono a stretto gomito.

Solitudine, ricerca d'amore, frustrazioni, sfide, deliri di onnipotenza.
Alcuni degli ingredienti che troviamo in queste pagine.

Colpi di scena.
Paura...
E un finale imprevedibile.

Ho spoilerato?
No, dai, ce l'ho fatta.

Claudia Funiciello è al suo quarto romanzo. 
(Il quinto speriamo che lo affidi a Edizioni Convalle:
pubblicità occulta :-D)
Docente di lettere e giornalista, si divide tra le sue passioni, in maniera egregia, aggiungo.

Il suo stile è diretto, snello, 
a tratti nervoso,
ma nervoso come piace  a me,
senza inutili ornamenti,
quando gli ornamenti non servono.
Capacità di incollare al lettore alle pagine,
niente noia
niente cali d'interesse
solo voglia di girare la pagina per capire quale sarà il destino dei protagonisti, per scoprire se si salveranno dalle grinfie di

THE
PLAGUE
DOCTOR.

Da leggere... brrrrrrrrrrrrrrr;-)







martedì 13 giugno 2017

Numero 281 - Ritratti - 13 Giugno 2017



Inauguriamo oggi una nuova rubrica alla quale tutti potrete partecipare: Ritratti.

Tratteggiare un artista, quello che amate. 
Potete poi inviare il vostro testo con foto a steficonvalle@gmail.com 
e lo posterò nel Blog sotto l'etichetta RITRATTI.

Comincia la serie una persona a me cara
Cofrada Milano (nome d'arte)


Alda Merini è un fiore che sboccia nella primavera del 1931.
Esordisce come autrice a soli quindici anni, attirando l’attenzione di importanti scrittori italiani, come Manganelli, Quasimodo, Pasolini.
La sua vita, come la primavera, attraversa la luce nelle opere: "io trovo i miei versi intingendo il calamaio nel cielo" e incontra le ombre della mente, che la costringono a periodi di silenzio e isolamento.
Alda Merini ha il culto della parola, coerente col suo spirito indomito e poco convenzionale – "non sono una donna addomesticabile" – dice di sé.
Un rapporto disinvolto e intimo, quotidiano con la poesia e la parola, mentre confessa senza inibizioni la sua vita sofferta.
Il suo capolavoro "La Terra Santa" dà vita ai suoi testi più intensi sulla drammatica e sconvolgente esperienza psichiatrica. Uno dei meriti più grandi della testimonianza poetica di Alda Merini è di aver fornito una misura più umana alla follia, aver mostrato che non è affatto detto che si riesca sempre a rispondere in maniera razionale ai conflitti interiori.
Alcuni versi scelti per voi.
Cofrada Milano

SOLO UNA MANO D’ANGELO
Alda Merini

Solo una mano d’angelo
intatta di sé, del suo amore per sé,
potrebbe
offrirmi la concavità del suo palmo
perché vi riversi il mio pianto.
La mano dell’uomo vivente
è troppo impigliata nei fili dell’oggi e di ieri,
è troppo ricolma di vita e di plasma di vita!
Non potrà mai la mano dell’uomo mondarsi
Per il tranquillo pianto del proprio fratello!
E dunque, soltanto una mano di angelo bianco
dalle lontane radici nutrite d’eterno e d’immenso
potrebbe filtrare serena le confessioni dell’uomo
senza vibrare sul fondo in un cenno di viva ripulsa.


OGNI MATTINA
Alda Merini 

Ogni mattina il mio stelo vorrebbe levarsi
nel vento
soffiato ebrietudine di vita,
ma qualcosa lo tiene a terra,
una lunga pesante catena d’angoscia
che si dissolve.
Allora mi alzo dal letto
e cerco un riquadro di vento
e trovo un sacco di sole
entro il quale poggio i piedi nudi.
Di questa grazia segreta
dopo non avrò memoria
perché anche la malattia ha un senso
una dismisura, un passo,
anche la malattia è matrice di vita.
Ecco, sto qui in ginocchio
Aspettando che un angelo mi sfiori
leggermente con grazia,
e intanto accarezzo i miei piedi pallidi
con le dita vogliose di amore.

BAMBINO
Alda Merini

Bambino, se trovi l’aquilone
della tua fantasia
legalo con l’intelligenza del cuore.
Vedrai sorgere giardini incantati
e tua madre diventerà una pianta
che ti coprirà con le sue foglie.
Fa delle tue mani due bianche colombe
che portino la pace ovunque
e l’ordine delle cose.
Ma prima di imparare a scrivere
guardati nell’acqua del sentimento.


Brava, Cofrada, per averci parlato di Alda Merini, poetessa nel cuore di tutti.

Ma anche tu non sei niente male come poetessa ;-)
vogliamo leggere una tua poesia?
Sì, dai.
Eccola.

Dolore di donna
Cofrada Milano

E un diamante brilla
nel silenzio delle ombre,
luce più luminosa
dello sguardo del sole.
Le parole si abbracciano
come grani di rosario
alle grate della solitudine
e si levano alte verso il cielo,
insieme a preghiere profonde
di voci claustrali.
Il volto di donna si placa e sorride,
mentre disegna
orme incancellabili
nei passi di domani.



...

Un nuovo ritratto a cura di
Maria Rita Sanna


 MARIA CARTA 
(cantante popolare sarda)
(24 giugno 1934 – 22 settembre 1994)

Tanto tempo fa conobbi la sua voce attraverso la radio locale del paese dove andavo a trascorrere le vacanze. Ogni volta era un rito ascoltare quella musica folkloristica, quella voce calda e profonda, decisa e vibrante; oggi è un dolce ricordo trasferito nell'mp3. 
Maria Carta è stata una cantante della musica tradizionale sarda, in particolare nel canto a chitarra e nel canto tradizionale religioso. Durante la sua carriera tenne numerosi concerti, esibendosi a Mosca, New York e San Francisco. Grazie alla sua personalità e alla grande presenza scenica fu attrice nel film “Gesù di Nazareth” di Franco Zeffirelli.
Giuseppe Dessì, scrittore sardo, disse di lei: "La fierezza insieme alla grazia del suo portamento sono una personificazione della Sardegna, intangibile e indomita; la sua voce calda e potente riempie lo spazio. Dopo averla conosciuta affermo che i soli grandi uomini della Sardegna sono state donne."


Io aggiungo:

Canto che s'alza
Oggi come allora
Radici vive
(Maria Rita Sanna)

Tra le esibizioni più celebri:



...


Un ritratto a cura di
Tania Mignani

«Beh, Marianne, siamo giunti al tempo in cui siamo talmente vecchi che i nostri corpi cadono a pezzi e penso che molto presto ti seguirò. Sappi che ti sono alle spalle, così vicino che se tendi una mano penso che riuscirai a prendere la mia. E tu sai che ti ho sempre amata per la tua bellezza e la tua saggezza, ma non ho bisogno di dire altro in proposito perché di questo sai già tutto. Ora però voglio solo augurarti buon viaggio. Addio vecchia amica. Amore eterno. Ci si vede più in là…»

Il 29 Luglio 2016, scompariva, a causa di una leucemia, Marianne Ihlen che fu, negli anni sessanta, compagna per circa dieci anni, oltre che amica e musa ispiratrice, del cantautore e poeta canadese Leonard Cohen. Dopo aver saputo che a Marianne rimanevano pochi giorni di vita, Cohen le scrisse una toccante lettera per salutarla. Alcuni mesi dopo, il 7 novembre 2016, all’età di 82 anni Leonard Cohen morirà nel sonno dopo una caduta della quale non si conoscono le cause.
Considerato uno dei più celebri, influenti e apprezzati cantautori, nelle sue opere Cohen esplora temi come la religione, l'isolamento e la sessualità, ripiegando spesso sull'individuo. Vincitore di numerosi premi e onorificenze, è stato inserito nella Rock and Roll Hall of Fame, nella Canadian Songwriters Hall of Fame e nella Canadian Music Hall of Fame. È inoltre stato insignito del titolo di Compagno dell'Ordine del Canada, la più alta onorificenza concessa dal Canada, e nel 2011 ricevette il Premio Principe delle Asturie per la letteratura.
In Italia non tutti sanno che Hallelujah, la splendida canzone portata al successo da Jeff Buckley nel 1994, è in realtà uno dei molti capolavori del poeta e cantautore canadese. Agli intenditori però il nome di Cohen dice molto di più, a partire dalle tre splendide cover che gli ha dedicato Fabrizio De André: Suzanne, Nancy e Giovanna d’Arco.
Le donne sono state il marcatempo della vita di Cohen, scandendone i momenti di euforia e quelli, ben più numerosi, di depressione. È proprio da questo susseguirsi di stati d’animo contrastanti, dalla continua e difficile ricerca di un equilibrio spirituale che lo avrebbe portato a viaggiare tra acido e anfetamine e a indagare nelle profondità dell’ebraismo, del buddismo e delle filosofie indiane – ma anche a cercare la compagnia delle donne, solo per poi fuggirne – che nascono le sue poesie.
L’universo poetico e musicale di Cohen è complesso e affascinante, intriso di un erotismo ora velato, amorevole e biblico, ora diretto e quasi violento. Tra poesie, romanzi, canzoni e perfino disegni, Cohen – il poeta dalla voce ruvida – ha continuato a stupire per oltre sessant’anni, il suo ultimo album You want it darker uscirà poche settimane prima della sua morte.
Soprattutto, non accenna a diminuire il successo delle sue canzoni, oggi ritenute tra la più importanti di sempre. Oltre a Hallelujah, la sua canzone più famosa, sono dozzine i successi immortali di Cohen, da Dance me to the End of Love a Anthem, da Suzanne a The Future, da Bird on the Wire a Who By Fire. E poi ancora: Tower of Song, I’m Your Man, First We Take Manhattan, If It Be Your Will, So Long Marianne e Hey, That’s No Way to Say Goodbye. Ogni canzone di Cohen è una sorpresa, musicale e poetica, che non finirà mai di stupire.

Molte di queste sono state ispirate proprio da Marianne (So long Marianne e Bird on a wire). L’amico che la assisteva negli ultimi giorni di vita ha riferito che, mentre leggeva alla donna la parte in cui Cohen annunciava la sua presenza alle sue spalle, Marianne ha allungato il braccio. Due giorni dopo, Marianne ha perso conoscenza ed è scivolata verso la morte. L’amico ha risposto a Leonard informandolo che nel momento del trapasso le ha mormorato Bird on the Wire, perché era la canzone che più sentiva. Poi le ha dato un bacio sulla fronte e uscendo dalla stanza l’ha salutata dicendo ‘So long, Marianne’.


SE NON AVESSI IL TUO AMORE
(If I didn’t have your love da You want it darker)

Se il sole perdesse la luce
E vivessimo una notte senza fine
E non ci fosse nulla più
Da poter provare

È così che sarebbe
Così mi sembrerebbe la vita
Se non avessi il tuo amore
A renderla vera

Se le stelle cadessero tutte
E un vento freddo e amaro
Ingoiasse tutto il mondo
Senza lasciare traccia

Ebbene è lì che mi troverei
Così mi sembrerebbe la vita
Se non potessi sollevare il velo
E vedere il tuo volto

E se gli alberi fossero senza foglie
E il mare senz’acqua
E se il levar del dì non avesse nulla
Da rivelare

Io sarei altrettanto disperato
Così mi sembrerebbe la vita
Se non avessi il tuo amore
A renderla vera

Se il sole perdesse la luce
E vivessimo una notte senza fine
E non ci fosse nulla più
Da poter provare

Se il mare fosse di sola sabbia
E i fiori fatti di pietra
E nessuno di quelli che hai ferito
Potesse mai guarire

Ebbene io sarei altrettanto disperato
Così mi sembrerebbe la vita
Se non avessi il tuo amore
A renderla vera